Una vita estesa

Ogni mattina, un uomo si alza e raggiunge il posto di lavoro, se ne ha ancora uno e fa attenzione a non essere schizzinoso. Nella distanza che lo separa dal miraggio dell’occupazione sta il segreto della felicità o il coefficiente della disperazione. A rivelarlo, un ricerca del CLEP (Commuters Life Experience Project) dell’Università di Chattanooga, Tennessee. I ricercatori (cui si deve anche un importante studio che ha analizzato gli effetti del thè freddo su un campione di pendolari sudati a bordo di un treno estivo con l’aria condizionata funzionante a tradimento) sono partiti da una riflessione filosofica elementare eppure di un’evidenza lampante. L’uomo corre veloce non per essere puntuale, non per battere il tempo, che non esiste, ma per coprire lo spazio e scappare dal vuoto che separa la vita dalla morte, oppure la stazione di Frosinone da quella di Roma Termini.

Ora, come insegna Franco Bragagna, tanto maggiore sarà la distanza da percorrere, tanto minore sarà la velocità media di un regionale che, a differenza di Stephen Kiprotich e del Frecciarossa, è soggetto a tutte le lentezze tipiche della mancanza di allenamento e dei risparmi sulla manutenzione. E quando l’uomo non è padrone del proprio ritmo corsa, come l’abbonato, l’eterodirezione della sofferenza si protrae, e il dolore quotidiano aumenta. È per questo che i pendolari si impegnano ogni giorno in attività altrimenti assurde: la lettura de Il Tempo, l’ascolto stereofonico dei grandi successi di Whitney Houston, il sudoku sul tablet, le bische clandestine con le carte francesi. Distrazione dalla prostrazione, pura e semplice.

Calcolare matematicamente e chilometricamente la misura della sofferenza del pendolare: è stata questa la sfida che gli studiosi del CLEP hanno affrontato e vinto con la definizione del Coefficiente di Estensione della Vita Quotidiana, avvenuta dopo la ricerca condotta su una manciata di abbonati laziali sopravvissuti agli spasmi intestinali dello studio precedente. Il Coefficiente si ottiene dividendo il prodotto dei minuti in una giornata di ventiquattro ore e dei chilometri percorsi nei viaggi di andata e ritorno per il numero di minuti necessario a coprire i due spostamenti da casa al lavoro e dal lavoro a casa. Le indagini hanno dimostrato che per i soggetti nei quali il valore è più alto sono maggiori le probabilità di subire danni alla salute dell’organismo e del cervello.

I più a rischio sono i pendolari con un Coefficiente intorno o superiore a 1140 chilometri: in loro i ricercatori hanno rinvenuto tracce di stress equivalenti o addirittura superiori a quelle dei piloti di guerra. Significativo il caso di un colonnello dell’aeronautica di Arce, che dorme senza sosta durante ogni viaggio, la testa riversa sullo sterno, il gomito senza vita sul bracciolo, la mano come uno strumento di tortura: il pollice su una tempia, l’indice sull’altra, il medio quasi conficcato in un occhio, anulare e mignolo a chiudere una bocca aperta e muta, compressa in una smorfia di aiuto che sovrappone oniricamente lo scenario di guerra di Kabul alla sala d’aspetto della stazione di Ceccano.

Ma, oltre quello che gli psicologi chiamano oramai ‘Sonno del treno di Guernica’, sono diversi i sintomi che portano alla luce i disturbi riconducibili a un Coefficiente alto. Il cambiamento delle abitudini alimentari è uno di questi: se le donne comprese nello studio si rivolgono la sera alla dolcezza degli zuccheri, gli uomini si consolano con cene ricche di peperoni e cicoria ripassata. Alla lunga, pronosticano i ricercatori, avremo treni locali colmi di donne diabetiche ma riposate, e uomini normoglicemici ma insonni e con l’alitosi. Molti pendolari iniziano a essere affetti da frequenti episodi di cataplessia, specie negli arti inferiori; altri ancora, dopo aver sviluppato una forte dipendenza dalla caffeina, si illudono di combatterla assumendo capsule Vivalto senza servirsi della mediazione meccanica della Krups, peraltro l’unica macchina che potrebbe regalare loro il gusto proibito di un viaggio espresso.