Confessioni di un abbonato diffidente

Io, pensò il pendolare, che sono stato un ragazzino e ricordo il primo viaggio in treno a Roma, i vagoni come i tram che ancora passano sulla Prenestina, i sedili di legno, andavo dall’oculista e dopo la visita, non so perché, sono andato in un posto dove ho aspettato vicino a un obelisco e alla fine dell’attesa ho visto una fumata bianca, e un uomo bianco anche lui si è affacciato da una finestra, io che conosco la pronuncia e il significato della parola lubrico ma non so come usarla, io che nel 1981 ho assistito a un’esibizione di McEnroe al Palaeur, contro Panatta, e non ricordo niente, solo i riccioli stempiati di Mac, la polo Tacchini e la Dunlop di legno come i sedili del primo treno, io che però ricordo la partita dopo, Lendl e il fratello strambo di Sandy Mayer, Gene, un quadrumane che tagliuzzava smorzate con la Prince di grafite, la madre di tutti i racchettoni, e il tennis era ancora diverso, i tennisti erano diversi, io che leggerò Infinite Jest, lo metterò un giorno sul comodino come una bibbia, e un paragrafo alla sera lo leggerò, giuro, io che ho accettato passaggi in macchina da sconosciuti, io che ho sperimentato Purple Rain dal vivo, tutti dovrebbero farlo, io che ho corso dietro al novanta, all’ottantaquattro, al trentasei e anche al sessantadue, e li ho raggiunti e persi tutti, io che ho sognato Steve Jobs che era John Lennon che cantava Imagine, “we’ll live as one” e mostrava orgoglioso l’iPhone 5, che era un’iPad che era un Air che era un iMac, io che ho continuato a venerare James Brown anche se, sessantenne, ballando si tirava su i pantaloni che gli calavano sotto la pancia, anche se quando ha smesso di ballare ha fatto entrare un mago di Las Vegas, io che sono stato a Las Vegas e ho incontrato per la prima volta gli obesi clinici, incapaci di camminare senza quelle macchinette di dimensioni ridicole, se confrontate a loro, gli obesi che ho ritrovato dieci anni dopo in Wall-E, solo che erano più realistici di quelli davanti alle slot machine, io che non capisco l’interfaccia di gmail, perché l’archiviazione, perché le etichette, perché i tag, io non ho mai messo etichette alla posta, l’ho accartocciata, buttata, al limite messa in un cassetto, ma etichettata, no, posso obliterare i biglietti, taggare la posta mi rifiuto, io più basso di Pirlo ma più alto di Giovinco, io disegnato con gli occhiali da sole, la barba, lo zaino e una maglietta con New York scritto sul petto, io che procedo lento tra Labico e Colonna, o all’andata o al ritorno dall’America, io che avverto la nostalgia per il Finder, per la gerarchia di file e cartelle, per la metafora della scrivania e l’ordine della scrivania, io reazionario?, io che annuso la Stazione Termini, un odore di ruggine, fritto e calcinacci, io che resto convinto che Vinicio Capossela abbia scritto la colonna sonora di Pane e tulipani, io che ho viaggiato di fronte a una donna che dormiva e sognava Italo, un uomo che la accompagnava a Roma tutti i giorni facendola accomodare su una poltrona di Ron Arad, a patto di osservare le regole del silenzio e delle pantofole a bordo, io che mi abbono alla zona sette ma scappo in autostrada e pago il pedaggio, io che se ha ragione Amalfitano, se la cosa più importante del mondo è leggere e viaggiare, praticamente la stessa cosa, senza fermarsi mai, i treni, sì, ti fanno leggere e viaggiare, ma sempre in ritardo sul tempo stabilito, io che ho sfogliato i giornali e non ho trovato un fatto, solo opinioni e annunci, ora mi vogliono far credere che il nuovo Vivalto avrà sette vetture, sarà più veloce, frequente…