Dune (ovvero tre motivi per preferire il treno alla spiaggia)

Se riesci a immaginare Sting in un film di fantascienza (hai capito bene: Sting in un film di fantascienza, diretto niente di meno che da David Lynch), allora capisci quanto sia paradossale la presenza di un pendolare in una città di mare fondata nel ventennio in cui i treni arrivavano in orario, almeno secondo quanto sostengono convinti fino all’infervoramento gli autoctoni, ancora lontani da una sana e ricostituente fase edipica.

Abbandonati i binari in favore delle passerelle di legno sulle dune, il pendolare sostituisce al percorso casa-ufficio-casa il tragitto casa-mare-casa, per scoprire che l’architettura della vacanza non è razionalista, bensì determinista, per cui le ferie altro non sono che l’effetto continuativo di una condizione data, la quale prevede movimenti scanditi in andata e in ritorno, avanti e indietro, sempre e comunque.

La presa di coscienza, per quanto scivolosa a causa dell’alto tasso di umidità della palude pontina, muove dubbi nelle certezze del pendolare, che si ritrova svuotato e sudato su una sdraio a pensare se non esistano almeno tre motivi per preferire il treno alla spiaggia.

  1. Il rovesciamento delle parti. Durante l’anno il pendolare è trasportato. Durante le vacanze il pendolare è trasportatore. Non è tanto il cambio dalla passività (che pure dovrebbe essere uno stato tipico della vacanza, la passività) all’attività (che al contrario dovrebbe essere lo stato tipico del pieno lavorativo) a destabilizzare il pendolare, quanto l’assenza di ogni più elementare diritto nella nuova condizione. In altre parole, anche se arriva in ritardo di settanta minuti, il capotreno un binario tranquillo ad aspettarlo lo trova, mentre il capofamiglia, se dorme cinque minuti in più, un parcheggio sul lungomare se lo scorda.
  2. L’aggressività estiva. La convivenza civile tra i pendolari non scende mai sotto i livelli di una guardia che sta a metà strada tra la rassegnazione e la solidarietà, entrambe derivanti dalla condivisione di vicende quotidiane che si ripetono da anni, alla stessa ora, negli stessi luoghi, con le stesse facce. Vero, il lunedì mattina qualcuno ucciderebbe per un posto a sedere, ma lo farebbe comunque con gli occhi spenti da viaggiatore psichicamente provato dai tagli ai trasporti pubblici regionali. Non che sia una giustificazione, ma prova tu a trattenere gli istinti omicidi quando rischi di restare in piedi sul piano rialzato del Vivalto. Guarda invece gli occhi della villeggiante che aspetta che tu liberi il tavolo della pizzeria in centro. Sono accesi, di odio: verso di te che occupi il posto, verso gli altri attendenti che sono in competizione con lei, verso il personale della pizzeria, verso il passeggino che da dieci minuti fa volteggiare nervosa intorno ai tavoli, verso il contenuto del passeggino, verso la nonna del contenuto del passeggino. Tu, quell’odio così profondo non l’hai visto mai su un treno locale.
  3. Il killer point. Atrofizzato undici mesi su un sedile, il pendolare è pronto a prostituirsi pur di rimediare tre ore di tennis nel suo mese libero. Quando la sola occasione di prostituzione si rivela essere un torneo di doppio, il pendolare si presta a vendere il suo corpo con uno slancio frenato solo dall’artrosi del ginocchio sinistro. Claudicante, inizia a giocare e contare i punti, ma qualcosa non torna. Sul quaranta pari, gli dicono, il gioco finisce subito, al primo punto seguente. Niente vantaggi, niente splendida, potenziale sequenza di punti e parità che potrebbero non finire mai. Killer point, gli spiegano che si chiama. Il punto che uccide. Lo usano nel beach tennis, lo rassicurano. Certo, come no: la spiaggia.