Tra Scilla e Cariddi

Esistono otto milioni di modi per soffrire. Uno è essere abbonati annuali di Trenitalia. Vagoni senza aria condizionata durante i giorni più freddi dell’inverno. Vagoni senza aria condizionata durante i giorni più caldi dell’estate. Vagoni con l’aria condizionata male durante i giorni dell’autunno e della primavera in cui faresti a meno dell’aria condizionata. Eppure, le torture più terribili provengono dai tuoi simili, i tuoi compagni di viaggio coatti (nel senso che non è che hanno scelto di viaggiare con te. Così come tu del resto non hai scelto di viaggiare con loro – sia chiaro). Non è difficile da credere, se solo ci rifletti per un minuto. Su quel fetido linoleum su rotaie si combatte una lotta per la sopravvivenza e anche se la guerra è esplicita (e brutale, oh, quanto brutale) soltanto per la conquista del posto a sedere, i comportamenti dettati dall’ambiente provocano una sottile e implicita linea di scontri ai quali è difficile sottrarsi, a meno che tu non faccia ricorso a tutte le tue facoltà di tibetana resistenza psicofisica.
Metti per esempio che finisci tra Scilla e Cariddi. Cosa che tra l’altro succede quando tutto sembra andare per il verso giusto: arrivi sul vagone quel minuto prima dell’assalto finale, una cinquina di posti da scegliere, ti siedi da solo, sbrachi un gomito sul sedile accanto e depositi il tuo zaino da quattro chili su quello di fronte, tutto per dissuadere avvicinamenti molesti e quindi cerchi di rilassarti iniettandoti una sana dose di alienazione dalla società capitalistica avanzata.
In quel momento, Scilla ti chiede se i posti sono occupati. Scilla è a un passo dall’obesità clinica e a un centimetro dal metro e novantacinque. Inoltre, è un fumatore a pacchetti. Queste sue qualità da sole gli varrebbero una chiamata da parte di Condoleeza Rice per un posto da torturatore a Guantanamo. Prendi un terrorista musulmano pendolare, rinchiudilo in una stanza uno per due insieme a centoventi chili di tessuti pregni di nicotina e dopo Labico avrai su Google Maps il nascondiglio di Bin Laden.
Ma tu non hai ancora parlato quando Cariddi nota Scilla e inevitabilmente, mitologicamente, si siede di fronte a lui e, quel che è peggio, vicino a te. Immagina Magdi Allam e Tiberio Murgia in una sola mostruosa creatura affetta da logorrea ossessivo-compulsiva, alla maniacale ricerca di una vittima sacrificale per i suoi interminabili sproloqui sul dicibile e l’indicibile. Immagina di aver dimenticato l’iPod a casa. Immagina che in quel momento anche una playlist di brani dal vivo di Peter Cincotti ti andrebbe bene, pur di tenere le orecchie lontane da Cariddi. Immagina le tue gambe in massima e tesa, tesissima raccolta per sottrarle all’ingombro corpulento di Scilla. Immagina di non avere spazio vitale. Due alternative, nessuna scelta. Da una parte, il degrado in doppio petto. Dall’altro, la disperazione button-down. Un incubo di cinquantasette minuti, al netto dei ritardi. O di cinque anni, se assumi un minimo di prospettiva.