Espresso

Essendo dipendente, oltre che dal tuo datore di lavoro (breve parentesi lessicologica: dipendente: come un tossico – il lavoro aliena anche il linguaggio), essendo dipendente, si diceva, anche dai mezzi pubblici, capita che, sceso dal treno, prendi il 90 Express. Il 90 Express è attualmente uno dei simboli dell’attivismo di Roma capitale, risvegliata dopo anni di torpore prima da Francesco “Mojefaccio’abattuta” Rutelli e ora da Walter “Componendoicontrasti” Veltroni. Oggi, Roma è capace, lo avete visto tutti, di accogliere con la stessa efficienza e civile compostezza sia i papa-boys che gli ultrà del Livorno. Ma si diceva del 90 Express. Questo fiore all’occhiello del trasporto pubblico che ha riportato in auge il filobus, ma ecologicamente sostenibile, viene alimentato a batteria e a corrente. Quando parte da Piazza dei Cinquecento, senti un suono che ti ricorda – amplificato – quello che faceva la dinamo della bicicletta di tuo nonno quando accendeva il fanalino anteriore. La carica della batteria ti porta, piano piano ma – bisogna dirlo – molto educatamente, fino alla Nomentana, dove è previsto lo storico contatto con la bifilare (bifilare, li chiamano così i fili del filobus sul sito dell’Atac). La procedura automatizzata, attivata dall’autista per agganciare le aste ai fili e passare all’alimentazione della corrente, ha dovuto però fare i conti con qualche piccolo intoppo. In teoria, l’autista effettua l’operazione dal suo sedile, controllando il tutto da un monitor diviso in quattro quadranti che ti danno la stessa scena da quattro angolazioni diverse, come in un video anni settanta. In pratica, prima di consolidare la confidenza con il mezzo, succedeva questo:

  • sosta in coincidenza dell’inizio della bifilare e della sede del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti (calcolo razionale o ineffabile destino?);
  • innalzamento delle aste;
  • liscio della bifilare e metallico rumore di qualcosa che è andato storto;
  • introiezione di un paio di bestemmie da parte dell’autista, con conseguenti maledizioni alla tecnologia;
  • vestizione dei guanti e abbandono della postazione da parte dell’autista, che nel frattempo introietta un altro paio di bestemmie (per un totale di quattro) e lancia altre maledizioni alla tecnologia (per un totale imprecisato);
  • sguardi interdetti e inquieti dei passeggeri, con conseguenti maledizioni alla tecnologia e mute riflessioni collettive del tipo: ma se poi non lo sanno guidare; se dobbiamo perdere tempo è meglio inquinare; con tutto quello che li avranno pagati; sulla metropolitana devono investire, no sul filobus, che Parigi c’ha 23 linee;
  • agganciamento manuale delle aste alla bifilare da parte dell’autista, che si sente un po’ uomo che sussurra ai cavalli, con ulteriore tripla introiezione di bestemmia (totale aggiornato: sette) e conseguenti maledizioni alla tecnologia (perso il conto delle maledizioni);
  • rientro in postazione da parte dell’autista, fiero della risoluzione analogica del problema ma sempre incazzato con la tecnologia;
  • ripartenza, spinti dall’energia elettrica.

Macchinosa, ma pulita, almeno.