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(e altre cose divertenti che non farò mai più)

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Articoli con tag: Trenitalia

Di ogni pendolare una fascia

A meno che non si tratti degli orari, i treni dei pendolari sanno come precorrere i tempi. L’abolizione definitiva della prima e seconda classe sui convogli dell’alta velocità in favore dell’introduzione delle fasce, ispirate ai pacchetti Sky, deve infatti il suo concepimento originario al periodo di sperimentazione condotto da anni sulle tratte regionali. Gli strateghi del marketing di Trenitalia, sulla scorta di benchmark a trecentosessanta gradi (utile, se non decisivo, è stato un report sull’industria del porno, dove si evidenziava che il grado di soddisfazione del cliente è tanto più elevato quanto più ridotto è il corredo al core business, per cui si genera un rapporto proporzionalmente e virtuosamente inverso, oltre che sessualmente sicuro, tra la propensione del cliente all’acquisto del servizio e l’aumento dei costi per l’azienda), si sono chiesti, compiaciuti delle loro qualità retoriche e del loro potenziale contributo alla coesione del Paese: perché mantenere una fastidiosa distinzione, che evoca peraltro una discriminazione sociale tanto più pericolosa in un momento di forte disgregazione morale della Nazione, un momento che richiama tutti i cittadini, nessuno escluso, nemmeno noi strateghi del marketing, a uno sforzo unitario e civile, perché mantenere le classi, quando possiamo assicurare al Cliente, che per noi è il ‘Cliente’, senza distinzioni di sesso, età, estrazione culturale, razza, distinzioni che ovviamente ci auguriamo che non influiscano sulle sue capacità di spesa, perché mantenere le classi quando possiamo assicurare a tutti, nessuno escluso, lo stesso fetido e infimo servizio, riverniciato giusto con qualche pennellata linguistica anglosassone che sublima tanta tanta efficienza?

La risposta è stata la creazione di quattro fasce di abbonamento per i pendolari, oltre a una serie di agevolazioni all’acquisto e promozioni speciali. A proposito dell’acquisito, il pendolare potrà evitare di recarsi in stazione e intrattenersi con il bigliettaio che amabilmente, per farla rientrare nello spazio angusto della carta magnetica, gli ritaglierà la foto formato tessera che lo ritrae in espressione catatonicamente attonita risalente a cinque anni prima, e potrà, anzi sarà incentivato a, dirigersi verso il più vicino ufficio delle Poste, dove, dopo aver ritirato il numeretto per i servizi non postali, dovrà avvicinarsi al reparto vendita libri e acquistare uno dei volumi in offerta della collana “Sangue sangue sangue e pozze e pozze di sangue ancora” di Jeffery Deaver, all’interno del quale troverà un codice promozionale di Trenitalia la cui presentazione al bigliettaio della propria stazione darà diritto al due per cento di sconto sul costo totale dell’abbonamento. Ricordarsi la foto formato tessera, preferibilmente già ritagliata, a meno che non abbiate tempo da perdere.

Le quattro fasce di abbonamento, invece, si articoleranno così:

  • No frills (no chair). La prima fascia, il cui nome solo i più maliziosi potrebbero accostare al clooneyano ‘no Martini, no party’, mantiene il pendolare sugli standard ai quali è assuefatto. Qui, l’azienda sembra volergli dire, non senza garbo e mancanza di rispetto: per quello che ci paghi e ne viene in tasca a noi da questa fascia, vieni, sali sul treno, se trovi un posto a sedere per terra, bene, altrimenti bene lo stesso, viaggia, zitto, senza importunarmi il capotreno che ha lui tanti problemi nel tenere in salvo il suo, di posto di lavoro, ed è già tanto se ti portiamo alla stazione di arrivo con un ritardo entro i trenta minuti.
  • Premium. Chi sottoscriverà l’abbonamento premium avrà diritto all’utilizzo della toilette per ogni evenienza. I bagni saranno disponibili soltanto su due dei vagoni del convoglio. Grazie a una donazione Condé Nast, al posto della carta igienica il pendolare potrà usare la collezione 2009 di Vanity Fair. Fare giusto attenzione alla carta della copertina, sadicamente patinata, e alle pagine con gli haiku del ministro Bondi, anche se quest’ultime sono in effetti perfette per la destinazione d’uso.
  • Business. La fascia per il pendolare che lavora senza fermarsi mai prevede un vagone con due prese elettriche per sedile, una per alimentare l’iPad e una per alimentare il portatile: grazie ai tempi biblici di percorrenza della tratta, sia l’uno che l’altro arriveranno al cento per cento una volta finito il viaggio, in modo che al ritorno il pendolare business possa vedersi il suo bel film scaricato da eMule. Nella fascia è compreso un welcome dal capotreno, che per contratto sarà obbligato a salutare con educazione i pendolari della fascia uno a uno.
  • Executive. Il vagone executive sarà un ufficio viaggiante: finalmente il pendolare disporrà di un tavolino, fornito dal Bar Sport di Sgurgola, per giocare a carte con i suoi compagni di viaggio e di una calcolatrice degli anni settanta per certificare i debiti di gioco. Abbonandosi alla fascia, soprattutto, il pendolare disporrà di una hostess personale che lo assisterà per tutta la durata del viaggio: Ruby Rubamazzo Strangolagalli. Ruby Rubamazzo è la prima selezionata da Trenitalia per una figura professionale che vuole comunicare tutta la profondità e l’orizzontalità del potere esecutivo nella più attuale rappresentazione nazionale: i suoi talenti, senza considerare la naturale femminilità navratiloviana incastonata in un corpo degno di Caster Semenya, spaziano dalla capacità impeccabile di chiusura senza pieghe di Tuttosport all’ascolto impassibile di bestemmie maschili, fino alla manipolazione digitale dell’iPhone del pendolare executive.

Pendolari Newco

Il trasporto dei pendolari in Italia non produce un centesimo di utili. Anche quando creative, le finanze non sono un’opinione e solo i cronologicamente ritardati difensori dello stato sociale, che si ostinano a non considerare il Pubblico televisivo come l’unico pubblico che valga la pena accudire, con tutte le attenzioni e le cure che si riservano ai bambini di tre anni, solo questi cresciuti nostalgici stentano a prendere atto che, in un mondo globalizzato dove la competizione si combatte a colpi di alleanze transnazionali e transetiche, nessuna azienda può permettersi il lusso di garantire un servizio che sposta avanti e indietro, per tutto il giorno, una massa di pulciosi, sonnolenti, assiderati (d’inverno), liquefatti (d’estate) pendolari, da casa al lavoro e ritorno. Per quale contributo al Sistema Paese, poi?

La mattina, una volta atterrato sulla scrivania, il pendolare scopre tutte le proprie energie intellettuali esaurite nella lettura precoce de ‘la Gazzetta dello Sport’ e quelle fisiche nella resistenza della postura eretta al viaggio senza posto a sedere. La sera, al rientro domestico, l’apporto alla socialità e alla produttività familiare si limita all’alimentazione della lavastoviglie e a una serie di carezze catatoniche al cuscino del divano.

Insomma, alla fine dei conti e per il bene della ripresa dell’economia e della natalità della nazione, sarebbe preferibile che questi uomini e queste donne restassero a casa. Lo spirito di servizio e di dedizione di Trenitalia è però tale che il posto di lavoro dei propri clienti costituisce comunque una priorità: per questo, nonostante ci siano pendolari polacchi disposti a viaggiare in condizioni di schiavitù a partire da domani, l’azienda non sposterà la linea Roma-Cassino su Varsavia-Lodz, ma solo a condizione che i pendolari locali accettino un nuovo accordo di servizio con una newco che risulterà dalla fusione con l’Ippodromo Capannelle, un partner scelto anche per sottolineare il rinnovato impegno ambientalista dei vertici (il problema delle cacche di cavallo sui binari è stato effettivamente affrontato e considerato come una incidentale nota di colore che tra l’altro può essere sfruttata in una campagna di comunicazione per gli abbonamenti che faccia leva sull’autoironia e muova un istintivo, e irrazionale, a pensarci bene, moto di simpatia da parte dell’utenza generica – ottima anche per conquistare l’home page di Repubblica.it, far parlare dell’azienda e vendere i servizi dell’alta velocità).

L’accordo, la cui adesione è subordinata al consenso delle parti, tocca alcuni diritti che, se avevano senso in un’epoca dominata dalle ideologie, specie quella comunista che ha infettato e corrotto il mondo occidentale tutto, oggi lo hanno irrimediabilmente perso grazie al trionfo luccicante e allettante del Mercato. Qui si anticipano i tre punti salienti della proposta.

  1. Posto a sedere. In questi anni, la discriminazione tra chi poteva viaggiare seduto e chi era costretto a restare in piedi è stata indiscutibile e odiosa, e ha prodotto anche drammatici momenti di tensione, se non di violenza, a bordo, con conseguenti ed evidenti ricadute sulla stessa puntualità dei convogli. Questi episodi e questi ritardi non devono più accadere. Sui treni locali, tutti i pendolari saranno trattati da pari, senza distinzioni basate sulla stazione di partenza: i sedili spariranno. Per alleviare l’usura della colonna vertebrale, l’azienda pensa a due soluzioni alternative, che dovranno essere sottoscritte al momento dell’abbonamento: a) un sistema di catene modulare, scalabile e innovativo, in grado di bloccare il pendolare polsi e caviglie, in posizione di semi-croce, e ridurre così al minimo lo sforzo attivo per non cadere; b) una convenzione con una palestra Mézières, cui sarà possibile iscriversi, con uno sconto del 10%, ai turni del mercoledì e della domenica mattina, dalle 4.30 alle 5.15.
  2. Climatizzazione. Una recente indagine di un gruppo di ricercatori inglesi trapiantati in Toscana ha dimostrato che solo il quaranta per cento dei pendolari è proprietario di un’auto dotata di climatizzatore. Di questo quaranta per cento, il cinquantacinque per cento non lo utilizza, perché: a) gli provoca nevralgie; b) aumenta i consumi della vettura. Non si capisce allora per quale motivo il pendolare che sale sul treno si senta in diritto di pretendere una climatizzazione funzionante per un viaggio che comunque non dura più di due ore. L’azienda, dati alla mano, è dunque determinata nel tagliare questa superflua voce di costo: durante l’inverno, al pendolare che ha optato per la convenzione Mézières sarà offerta, con sconto del 10% sul prezzo di costo, una bevanda al gusto di thè caldo, che sarà libero di versare in parte sul corpo del pendolare che sceglierà l’opzione ‘catene’; durante l’estate, al pendolare che ha optato per la convenzione Mézières sarà offerta, con sconto del 10% sul prezzo di costo, una bevanda al gusto di thè freddo, che sarà libero di versare in parte sul corpo del pendolare che sceglierà l’opzione ‘catene’, al quale si consiglia, a ogni buon conto, di presentarsi in canottiera e calzoncini.
  3. Puntualità. L’azienda si impegna ad aumentare gli standard di puntualità e, considerando che buona parte dei ritardi sono ascrivibili al sovraffollamento dei vagoni (v. punto 1, scomparsa dei sedili per allargamento spazio calpestabile) e guasti tecnici per sovraccarico del sistema elettrico (v. punto 2, scomparsa dell’aria condizionata per riduzione del danno), è convinta di raggiungere l’obiettivo nel giro di dodici mesi. In cambio, chiede un impegno altrettanto cogente al pendolare: basta con questi arrivi in stazione all’ultimo minuto, attraversamenti fuorilegge dei binari, corse a mani alzate verso il capotreno a implorare di sospendere per dieci secondi le procedure di partenza. L’arrivo in stazione del pendolare dovrà avvenire tassativamente sessanta minuti prima dell’ora annunciata di partenza. La nuova ‘tessera del pendolare’ registrerà in un server centrale tutti i dati dell’utente, che dovrà scegliere due turni e due turni soltanto di viaggio (uno per l’andata e uno per il ritorno), senza possibilità di cambio per i successivi cinque anni: non è ammissibile che il pendolare scelga i treni a piacimento a seconda delle proprie personali esigenze, impedendo all’azienda di offrire un servizio organizzato e competitivo sul mercato. Un sistema di tornelli in ogni stazione, collegato al server, validerà l’ingresso del viaggiatore sulla base dell’orario di obliterazione della tessera, rifiutando l’ingresso a chi si presenterà in ritardo anche di un solo secondo. E stiamo a vedere chi non è puntuale.

Il grande freddo

Dopo una breve fase automobilistica che ha aumentato la tua disposizione benevola nei confronti del mondo e diminuito il tuo credito nei confronti della banca, senza considerare i sensi di colpa ambientalisti solo parzialmente neutralizzati dalla serale attività di differenziazione della plastica, del vetro, della carta, dell’umido e del secco, dopo, dicevo, questo breve periodo, il Vivalto delle sei e quarantatré ti attende puntuale in tutti i suoi cronici difetti, il vagone senza climatizzazione primo fra tutti.

Ora, il pendolare, pur di sedersi, è pronto a uccidere sua madre, per cui la libido che si scatena nella chimica del suo corpo alla visione di un carrozza vuota è paragonabile a quella che prova Marchionne quando sogna la chiusura di uno stabilimento Fiat in Italia. Ciononostante, la semantica del vuoto, in un treno invernale, include anche il significato del freddo e il povero pendolare si trova di fronte a un lacerante dilemma binario: mi siedo al freddo o sto in piedi al caldo? Il pendolare vero non è neanche sfiorato dal dubbio: il pendolare vero si siede perché non ha paura del freddo e lo affronta come El Grinta affronta una banda di fuorilegge.

Per chi però non si sentisse ancora John Wayne, quelle che seguono sono cinque tecniche utili a sedersi comodamente nel fottuto gelido vagone evitando il rischio di assideramento.

  1. La tecnica dell’inversione. Esci da casa in camicia, infila maglione e giacca nello zaino, porta a mano il giaccone. Se sopravvivi all’ingresso in macchina, accendila e guida fino alla stazione. Mettiti in attesa sul binario saltellando ma senza oltrepassare la linea gialla. Se il tuo ginocchio regge allo stress dei saltelli, usalo per salire sul treno. A quel punto, vestiti e siediti in piena comodità. All’arrivo a Roma, ti sembrerà primavera.
  2. La tecnica del ciclista in discesa. Fermati in edicola. Supera la vergogna e chiedi il Giornale o magari Libero. Considera che esiste un comma della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che autorizza il pendolare all’acquisto dei due quotidiani in questione per l’utilizzo che si sta per descrivere. Separa i fogli. Infila i fogli separati tra la pancia e la camicia (è del tutto ovvio che qui si esclude che un pendolare degno di questo nome indossi la maglia della salute – nda). Protetto da un fondo di Belpietro, viaggia comodamente seduto. È possibile che alla fine del viaggio ti ritrovi una serigrafia del ministro Bondi stampata sul petto, ma una bella doccia e viene via molto meglio che una mozione di sfiducia.
  3. La tecnica dell’estroversione. Per quanto ti possa risultare innaturale, sorridi a coloro che sono indecisi sul da farsi, se sedersi oppure riparare al caldo e viaggiare in piedi. Promettigli un viaggio forse freddo ma in gradevole compagnia, spiegagli che la percezione condivisa del gelo moltiplica i gradi, ricordagli, se sono cattolici, che Gesù non ha potuto scegliere dove nascere. Convincili a restare e stringersi vicino a te. Dopo averlo fatto, accendi il tuo iPod.
  4. La tecnica Beppe Viola. Stringi un patto con il diavolo. Chiedi trentasette e mezzo di temperatura corporea tutta la vita in cambio della seconda palla di servizio di McEnroe. Dal punto di vista del calore non cambierà nulla, ma il tuo tennis ne trarrà giovamento e soprattutto insulterai il capotreno con coloriture e accessi di rabbia mai sperimentati prima su un treno regionale.
  5. La tecnica del Suono di Philadelphia. Collegati a iTunes Store. Seleziona il genere R&B. Cerca Teddy Pendergrass. Acquista il very best of oppure qualsiasi album datato prima del 1980. Infila le cuffie del tuo iPod e fai tap su ‘play’. Gli ormoni prodotti dalla voce che canta ‘Love TKO’ porteranno il vagone a una temperatura contagiosa: in cinque minuti tutti i pendolari sapranno della carrozza surriscaldata. Stai solo attento a controllarli, gli ormoni, o finisci il viaggio indossando la canottiera di Teddy.

La classe pendolare va in paradiso

Per una serie di circostanze superflue, e anche romanzesche visto che il minimalismo quotidiano ha da tempo guadagnato dignità narrativa, ti ritrovi a viaggiare sul Frecciarossa. In prima classe, addirittura.

Il mondo della Freccia ti accoglie su un binario che tiene testa alla omologa parola inglese: è una piattaforma, in realtà, ampia e pulita, surrealmente pulita, se pensi al monolocale della Regina del Binario Ventidue solo qualche metro più in là in linea d’aria. Nessuna traccia di carrelli adibiti ad armadi ambulanti, né tantomeno di rifiuti biologici. Niente: soltanto una spianata illuminata da monitor che numerano ogni singolo vagone. E sulle rotaie, la Frecciarossa con il tuo posto numerato, sì, il tuo posto numerato: niente fight club, una poltrona è riservata per te e nessun controllore comunista te la può sottrarre.

Ti siedi, dopo aver lasciato sulla cappelliera da aeroplano il giaccone e la ventiquattro ore, e sprofondi in un comfort corruttore nei confronti del quale ti senti imbarazzato. Il senso di inadeguatezza ti assale con più forza quando dall’altoparlante una voce annuncia la merenda, che si ripeterà a ogni fermata: uno snack dolce o salato, che dice essere “di prestigiosa marca italiana o a garanzia bio/solidale“ e una bevanda a scelta tra acqua, tè, Oransoda, Coca-Cola e succo di frutta, oltre al Carpenè Malvolti, che non sentivi nominare dagli anni novanta e che il sito di Trenitalia, nel presentare il welcome drink, dimentica di menzionare forse nello sforzo di mantenersi etilicamente corretto. E non crederesti alle tue orecchie, ma qualcuno il Carpenè Malvolti lo prende davvero – alle sei.

Dopo aver tolto le briciole dello snack, pensi di utilizzare il tavolino per il portatile, un miraggio di appoggio che permetterebbe di salvare le tue cosce dalle ustioni provocate dal surriscaldamento del disco del MacBook Pro. Se solo avessi le braccia di Julius Erving. L’utilizzo compulsivo dei pulsanti sotto il bracciolo non produce nessun risultato utile di avvicinamento e allora posizioni il pc come se stessi su un qualunque Vivalto (che, detto tra parentesi, la presa di corrente disponibile sul posto ce l’ha anche lui. E pure i bagni fuori servizio, per dire).

Con una certa costanza e imperizia, un uomo chiamato “pulitore viaggiante“ spazza via i resti dell’abbondanza capitalistica, mentre i passeggeri più estroversi e insicuri cercano di socializzare tra loro, anche per esorcizzare la paura di essere seduti su un missile lanciato a trecento chilometri l’ora. I nomi che si scambiano nelle presentazioni (Diletta, Zaccaria, Elettra, Jacopo, Clementina) si inseriscono nel contesto come una decorazione e sono un’imperdibile base di partenza per conversazioni che, se paragonate a quelle massimaliste del pendolare medio, che se non dorme è capace di spaziare con lo stesso acume dalla crisi della Juventus a quella del centro-sinistra senza dimenticare una soluzione per la crisi nucleare iraniana, sfiorano argomenti intimi e dimenticabili.

Una seconda voce dall’altoparlante, questa volta più sexy, comunica l’imminente fine del viaggio e ti inietta da subito una buona dose di nostalgia preventiva dell’alta velocità. Il ritorno sui binari della quotidianità somiglia al risveglio dall’Hotel California, o da una piscina della Salaria, e non capisci se sei appena sceso dal paradiso o dall’inferno. Poi realizzi che, per essere l’inferno, non è che facesse così caldo, nel vagone del Frecciarossa.

Babbo Natale viaggia con trenta minuti di ritardo

Come ogni anno di questi tempi, i pendolari si ritrovano a Piazza dei Cinquecento per lo scambio dei doni rituali. Nonostante la crisi, Grandi Stazioni non ha voluto badare a spese per la celebrazione della ricorrenza e ha contattato il cugino dello scultore Adrian Tranquilli per la composizione dell’Albero. L’installazione progettata dal parente dell’artista è un Vivalto assemblato in verticale, a lambire appena il tetto dell’atrio antistante la piazza e colmo di viaggiatori viventi all’interno. All’esterno, pendolari autentici di Zagarolo penzolanti dai finestrini, alla ricerca disperata di un posto o un semplice appiglio che li salvi dal precipizio della depressione cronica. Le telefonate dei parenti preoccupati della sorte dei loro cari, la sinfonia alternata e nervosa delle suonerie, l’illuminazione caleidoscopica e ritmica dei display dei cellulari donano all’albero una drammaticità tanto geniale quanto suggestiva.

Le scatole con i regali sono arrivate con mezz’ora di ritardo: Babbo Natale è stato spiazzato da uno sciopero selvaggio e improvviso delle sue renne, che protestano contro la probabile acquisizione della Compagnia delle Slitte Volanti da parte di una misteriosa cordata di imprenditori italiani, spronati a quanto pare da un ex cantante da crociera. In caso di esito negativo di un delicato affare, gli imprenditori del Bel Paese vedono infatti nella flotta dei cornuti quadrupedi volanti una solida alternativa di ripiego.

Scalate industriali o no, il povero Santa Claus è dovuto salire su un treno interregionale e sarebbe anche arrivato puntuale se non fosse stato scambiato per il controllore dai passeggeri, che hanno pensato a una disneyana e surretizia iniziativa di marketing di Trenitalia, studiata per strappargli un sorriso pregno di ricordi infantili. Ora, se c’è una cosa che non devi chiedere a un pendolare è sorridere: mi togli minuti, ore e giorni della mia vita ogni giorno e a Natale mi presenti un povero disgraziato, di solito costretto a indossare una giacchetta di un verde ripugnante, addobbato con i colori sociali della Coca-Cola, una stupida barba finta e un ridicolo cappello da cheerleader, per farmi sentire più buono?

Travolto dal crasso sarcasmo degli abbonati, Babbo Natale ha tentato di affermare, anche con forza, la sua reale identità, esacerbando gli animi una volta per tutte. Ne è nata una rissa e il treno ha dovuto sostare per buoni venti minuti alla stazione di Ciampino. Fortunatamente, una renna crumira, richiamata dal vicino aeroporto presso il quale era ferma da un paio di giorni, ha condotto la grassoccia rossa figura a Termini.

I regali sarebbero tutti da elencare singolarmente, ma quattro in particolare hanno colpito la fantasia e guadagnato il commosso apprezzamento dei pendolari.

Il torrone classico alla mandorla. Spesso dodici centimetri e duro come un manganello cileno, l’immancabile torrone bianco può essere servito (e servire) nei modi i più creativi immaginabili. Cossiga, per esempio, ne ha regalato una fornitura alla polizia, in vista di prossimi destabilizzanti cortei di violenti studenti delle classi di quarta elementare. Bertolaso, invece, confezione su confezione, ci sta costruendo una diga contro l’esondazione dell’Aniene.

Il vin santo. Canonizzato dopo anni di vana presenza sulle mensole delle cucine degli italiani, senza che nessuno si sia mai curato di lui, fosse solo per offrirlo a un ospite indesiderato, il vin santo torna utile nei periodi bui, quando il ritardo del tuo treno assume una costanza stagionale: basta portare sette bottiglie alla stazione e cospargere i binari con la sacra bevanda, completando poi il rito divino con una sbriciolata di cantucci. I treni continueranno a ritardare, ma tu avrai molto più spazio in cucina.

La rubbia. Tu magari pensi a una malattia, vai a piedi nudi in giro per i supermercati e finisce che prendi la rubbia. Invece no, trattasi di prestigioso formaggio il cui odore ti porta alla mente la robiola e i tagli alla manutenzione e alla pulizia dei treni.

La Brown Arrow Social Card. Chi se lo può permettere, sfreccia sulla Freccia Rossa a trecento all’ora. Trenitalia ha però voluto rispondere alle accuse di trascurare i pendolari e ha attivato un’esclusiva e gratuita carta per gli abbonati regionali. La card dà diritto a ben quaranta viaggi all’anno sui locali delle cinque e quindici e delle ventidue e venti, limitatamente ai giorni del sabato e della domenica. Polemiche ha suscitato il colore scelto per la tessera, ma buona parte dei viaggiatori reputa che il marrone sia un’azzeccata metafora cromatica della loro miserabile condizione.

La cognizione del sudore

Per chi prende i mezzi pubblici, sudare sette camicie non è un modo di dire, è un’umida realtà quotidiana.

Treno di andata, ore 6.43: prima camicia

Lo chiamano Vivalto perché è a due piani. E avrebbe anche l’aria condizionata di serie. Anzi, avrebbe per ogni quaterna di sedili una presa elettrica attraverso la quale ricaricare il cellulare o il portatile. Anzi, avrebbe per ogni vagone un display che ti informa in tempo quasi reale dell’ora di arrivo prevista presso la prossima stazione, del ritardo accumulato e della disponibilità della toilette (che spesso non perviene, peraltro, la disponibilità della toilette). Addirittura, avrebbe un sistema di messaggistica vocale che ti comunica la prossima stazione, il ritardo accumulato e le scuse per il ritardo accumulato: la voce in realtà dice ritardo maturato in un capolavoro burocratico-linguistico di contropiede semantico. Avrebbe tutto queste cose. E sarebbe anche bello. Ma. Ma non è a due piani: è un monolocale soppalcato, per cui subito prima di infilarti compresso come un file ZIP nello spazio ristretto, ristrettissimo del tuo sedile, gomito a gomito con chi la sua unica camicia la suda per sette-giorni-sette-lavorativi-e-non, sbatti la tua testa assonnata sulla dannata cappelliera, posta ad altezza Brunetta, se si passa l’ossimoro, e incapace di accogliere volontariamente il tuo zaino con un portatile diverso dall’Air. Dopo aver letto o meglio: scorto il quotidiano formato tabloid, a un’apertura mai superiore ai quindici gradi, dato che sei una persona possessiva ed educata e non intendi condividere la lettura con il tuo vicino né sbattergli il rovescio della mano sul naso, arrivi all’ultima prova, se in partenza hai avuto l’inaccortezza di salire sul soppalco: nove fatidici gradini, per piede misura ventotto, in discesa, alle sette e cinquantacinque. Sarà freddo e condizionato, ma sempre sudore è.

Trambus, ore 8.01: seconda camicia

Il pieno di benzina ti segnala che il mondo attraversa una drammatica crisi energetica. Il 90 Express ti ricorda che la faticosa strada verso le fonti alternative di energia va da Piazza dei Cinquecento a Via Nomentana, quando il trambus può attaccarsi ai fili della linea elettrica: prima, puoi già considerarti fortunato se le batterie ti hanno consentito di superare, al contrario, la breccia di Porta Pia, figurati pretendere che accendano l’aria condizionata. Forse la sera prima quelli dell’Atac dimenticano di attaccarlo al caricatore, come fa tua moglie con il telefonino.

A piedi, ore 17.40: terza camicia

Un vero pendolare seriale non si limita a macchina, treno e bus. Un vero pendolare seriale vuole anche la metropolitana, nelle dodici ore lontano dalla sua altra parallela realtà. Ed è disposto a camminare tra gli orridi scavi della linea C per scendere nella B. Ad attraversare, con lo zaino nero sulla schiena, un boulevard senza alberi, probabilmente sequestrati dalla finanza. A ignorare tutte le gelaterie che offrono una pausa refrigerante al suo passo affrettato e claudicante. A fondersi con il cemento romano, greve e appiccicoso.

Metropolitana, ore 17.50: quarta camicia

Per la discesa negli inferi devi attraversare un tornello che mette a rischio le tue potenzialità riproduttive. Poi una scala mobile. Sulla banchina, una folata di aria usata, gommosa e tiepida, ti annuncia l’arrivo del treno. Quando entri, l’umanità che ti accoglie è ridotta a risorsa umana da trasporto: la maggior parte non gode neanche dell’adrenalina insensata ma in fondo consolante di un altro viaggio, un altro allungo che ti conduca distante, sempre più distante, dal luogo di lavoro: vuole solo arrivare al capolinea della giornata. Le fessure dei finestrini sono aperte e l’unico condizionamento che senti è quello del tuo sudore, che si fa olfattivamente imbarazzante. Per la risalita dagli inferi, devi attraversare un tornello che mette a rischio le tue potenzialità riproduttive residue.

Treno di ritorno, ore 18.15: quinta, sesta e settima camicia

Quando le perle di sudore sulla tua fronte ti stanno già rendendo ricco, ecco la tombola di un bel carrozzone vagonato che arriva dagli indimenticabili anni ottanta e da un deposito in pieno sole. Dopo venti anni trascorsi in gloria ad accumulare ritardi, te lo hanno ammodernato e riproposto nel ventunesimo secolo, come se fosse una di quelle operazioni vintage con cui il marketing affettivo ti frega ricattandoti con la nostalgia passata di un futuro migliore. Solo che il glamour e il pendolarismo appartengono a due categorie di pensiero incomunicabili tra loro. Basta scrutare i segni visibili dell’ammodernamento interno della vettura: linoleum cerato ovunque e stoffe dei sedili colorate con l’improbabile accoppiamento cromatico della corporate identity: un azzurrino triste, rinunciatario e finale e un verdino pisello impotente e appassito. Segni visibili dell’ammodernamento esterno, invece: nessuno, a parte dei giganteschi e ottimistici, anche se inquietantemente simili a bare, condizionatori sul tetto di ogni vagone. Ma come tutti gli innesti contro natura e fuori tempo massimo (immagina Bossi: ministro delle riforme costituzionali, nel 2008: assurdo, no?), il condizionatore non funziona. Nove volte su dieci. E tu sudi, sudi, sudi, sudi, sudi, sudi, sudi, sudi, sudi. Come James Brown, all’Apollo. La decima volta, hai preso la macchina o cambiato Paese.

Pendolare con i piedi

Pendolare con i piediDovrebbe farlo. Se il macchinista avesse un po’ di coraggio, altruismo e fantasia, dovrebbe farlo. Dovrebbe fermare il treno lì, dov’è il campo di calcetto più bello che si possa incontrare a ridosso di una coppia di binari, campo in erba vera verde, densa di profumi umidi e vitali, non quella cosa asettica di sintetico di terza generazione, che ci mettono pure i granelli di terra, di gomma. Lì il macchinista dovrebbe farci scendere tutti quanti (chiaro, noi uomini) e dare il via alla prima edizione del torneo “Pendolari contro Trenitalia”. Così le incomprensioni, se proprio vogliamo chiamarle incomprensioni, le risolviamo una volta per tutte, faccia a faccia, cinque contro cinque.

Premio per i vincitori: un biglietto valido per il locale delle venti e venti. Premio per i finalisti: un abbonamento mensile valido per il locale delle venti e venti. Premio per i terzi classificati: un abbonamento annuale valido per il locale delle venti e venti. Ma è per il prestigio e l’orgoglio che si gioca.
Turno di andata, la mattina alle otto e mezza. Turno di ritorno, la sera alle sette e mezza. E siccome a noi non piacciono le partite spalmate, neanche fossero maionese, si gioca di mercoledì e di mercoledì soltanto, come le coppe prima di quell’aborto markettaro della cempions lig, quando ti mettevi davanti alla televisione alle tre del pomeriggio per la diretta dalla Romania e proseguivi fino alle dieci verso la diretta dal Portogallo. E dato che sportivamente parlando siamo pure dei tradizionalisti reazionari, il torneo si gioca con la formula del challenge round: i pendolari si sfidano tra di loro nelle qualificazioni, per affrontare in finale Trenitalia. Turni a eliminazione diretta, neanche chiederlo. Chi vince la finale, l’anno dopo aspetta tranquillo i suoi avversari. Si possono iscrivere squadre di tutti i paesi, l’unica condizione è che il paese abbia una stazione dove almeno un locale si ferma. Se riescono ad arrivare a cinque, possono iscriversi anche i pendolari di Colonna, per dire.

Arbitro di tutte le partite, l’Arbtre Magique, un tizio che Luciano Moggi non farebbe nessuna fatica a corrompere, ma del resto Moggi è stato capo-stazione di Civitavecchia e certe cose le conosce.

La nostra squadra è già pronta. Tra i pali, Il Professore, un portiere di livello superiore, in grado, prima ancora di respingere ogni pallone, di calcolare la sua traiettoria in rapporto al grado di entropia tattica degli schemi difensivi. Poi un uno-due-uno. Al centro della difesa, Toro Scatenato, un rispettato e rispettabile professionista che in campo si trasforma in un ultrà granata schedabile dalla Digos. A destra, Il Musulmano, italianissimo ma così ribattezzato per la barba medio-orientaleggiante e il numero e la qualità delle bestemmie che è capace di declamare in pieno furore agonistico e anti-cristiano. A sinistra, Fabriano, uno che sulla carta mai dà buca, se c’è da giocare a pallone. Davanti, Zaccalossi, una promessa che si è un po’ persa per la (auto)strada, famoso, oltre che per essere la reincarnazione di Beccalossi, per il numero ubriacante di finte in cui riesce a prodursi prima di tirare in porta. Sesto uomo, La Bomba, giocatore di talento pigro, ma soprattutto fornitore ufficiale di doping a base di CalC (Cannoli alla Crema).

Possiamo arrivare in fondo e vendere caro il nostro abbonamento. E il film della finale è già scritto. Fischio d’inizio e Toro Scatenato, con una delicatezza tipica del miglior Romeo Benetti, interviene a tenaglia sulla loro punta, il Responsabile Marketing, che parla inglese ma è di Cerignola. Chiederà scusa per il disagio alle caviglie, capita che a volte il suo tackle ritardi di qualche frazione di secondo, ma cosa volete che sia una frazione di secondo rispetto alle vagonate di minuti di ritardi che lui subisce dai treni sui quali viaggia? Fabriano, come in un loop preregistrato, prega il suo avversario diretto di tenersi lontano dalla linea bianca, tenersi lontano dalla linea bianca, tenersi lontano dalla linea bianca, e sulla sua fascia trova strada completamente libera. E mentre La Bomba, tra un time-out e un altro, inietta crema calda nelle nostre vene, Il Musulmano ricopre di sottili insulti vietati ai minori il Responsabile del Customer Care, fino a provocarne la reazione e la sacrosanta espulsione – nessuno dei pendolari, peraltro, ha mai notato la sua presenza, in questi anni. Siamo padroni del campo, Il Professore è inoperoso. Ci manca solo il gol. Zaccalossi riceve palla spalle alla porta. Con una finta che neanche un doppio scambio di binari, si gira e fa fuori il Controllore. Ora è solo davanti al portiere. Tira, cazzo, tira, cazzo, gli gridiamo, come ad Altobelli nell’ottantadue. Ma lui, come Altobelli nell’ottantadue (dopotutto, Spillo è stato o non è stato compagno di Beccalossi?), si deve scartare anche il portiere, nella persona del Direttore Passeggeri. E lo scarta, perché il Direttore Passeggeri di Trenitalia un pendolare che prende la macchina non lo può fermare. Uno a zero e stasera si torna tardi, si fa festa sul locale delle venti e venti.

A proposito dell’autore

Ipertesti è a cura di Paolo Sordi. Laureato in legge alla Sapienza si è pentito e ha scontato un anno in un corso di perfezionamento in informatica giuridica, prima di specializzarsi presso la Scuola di Specializzazione in comunicazione multimediale dell'Università di Tor Vergata. Per saperne di più

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