Ipertesti di Paolo Sordi

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(e altre cose divertenti che non farò mai più)

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Articoli con tag: treni

Di ogni pendolare una fascia

A meno che non si tratti degli orari, i treni dei pendolari sanno come precorrere i tempi. L’abolizione definitiva della prima e seconda classe sui convogli dell’alta velocità in favore dell’introduzione delle fasce, ispirate ai pacchetti Sky, deve infatti il suo concepimento originario al periodo di sperimentazione condotto da anni sulle tratte regionali. Gli strateghi del marketing di Trenitalia, sulla scorta di benchmark a trecentosessanta gradi (utile, se non decisivo, è stato un report sull’industria del porno, dove si evidenziava che il grado di soddisfazione del cliente è tanto più elevato quanto più ridotto è il corredo al core business, per cui si genera un rapporto proporzionalmente e virtuosamente inverso, oltre che sessualmente sicuro, tra la propensione del cliente all’acquisto del servizio e l’aumento dei costi per l’azienda), si sono chiesti, compiaciuti delle loro qualità retoriche e del loro potenziale contributo alla coesione del Paese: perché mantenere una fastidiosa distinzione, che evoca peraltro una discriminazione sociale tanto più pericolosa in un momento di forte disgregazione morale della Nazione, un momento che richiama tutti i cittadini, nessuno escluso, nemmeno noi strateghi del marketing, a uno sforzo unitario e civile, perché mantenere le classi, quando possiamo assicurare al Cliente, che per noi è il ‘Cliente’, senza distinzioni di sesso, età, estrazione culturale, razza, distinzioni che ovviamente ci auguriamo che non influiscano sulle sue capacità di spesa, perché mantenere le classi quando possiamo assicurare a tutti, nessuno escluso, lo stesso fetido e infimo servizio, riverniciato giusto con qualche pennellata linguistica anglosassone che sublima tanta tanta efficienza?

La risposta è stata la creazione di quattro fasce di abbonamento per i pendolari, oltre a una serie di agevolazioni all’acquisto e promozioni speciali. A proposito dell’acquisito, il pendolare potrà evitare di recarsi in stazione e intrattenersi con il bigliettaio che amabilmente, per farla rientrare nello spazio angusto della carta magnetica, gli ritaglierà la foto formato tessera che lo ritrae in espressione catatonicamente attonita risalente a cinque anni prima, e potrà, anzi sarà incentivato a, dirigersi verso il più vicino ufficio delle Poste, dove, dopo aver ritirato il numeretto per i servizi non postali, dovrà avvicinarsi al reparto vendita libri e acquistare uno dei volumi in offerta della collana “Sangue sangue sangue e pozze e pozze di sangue ancora” di Jeffery Deaver, all’interno del quale troverà un codice promozionale di Trenitalia la cui presentazione al bigliettaio della propria stazione darà diritto al due per cento di sconto sul costo totale dell’abbonamento. Ricordarsi la foto formato tessera, preferibilmente già ritagliata, a meno che non abbiate tempo da perdere.

Le quattro fasce di abbonamento, invece, si articoleranno così:

  • No frills (no chair). La prima fascia, il cui nome solo i più maliziosi potrebbero accostare al clooneyano ‘no Martini, no party’, mantiene il pendolare sugli standard ai quali è assuefatto. Qui, l’azienda sembra volergli dire, non senza garbo e mancanza di rispetto: per quello che ci paghi e ne viene in tasca a noi da questa fascia, vieni, sali sul treno, se trovi un posto a sedere per terra, bene, altrimenti bene lo stesso, viaggia, zitto, senza importunarmi il capotreno che ha lui tanti problemi nel tenere in salvo il suo, di posto di lavoro, ed è già tanto se ti portiamo alla stazione di arrivo con un ritardo entro i trenta minuti.
  • Premium. Chi sottoscriverà l’abbonamento premium avrà diritto all’utilizzo della toilette per ogni evenienza. I bagni saranno disponibili soltanto su due dei vagoni del convoglio. Grazie a una donazione Condé Nast, al posto della carta igienica il pendolare potrà usare la collezione 2009 di Vanity Fair. Fare giusto attenzione alla carta della copertina, sadicamente patinata, e alle pagine con gli haiku del ministro Bondi, anche se quest’ultime sono in effetti perfette per la destinazione d’uso.
  • Business. La fascia per il pendolare che lavora senza fermarsi mai prevede un vagone con due prese elettriche per sedile, una per alimentare l’iPad e una per alimentare il portatile: grazie ai tempi biblici di percorrenza della tratta, sia l’uno che l’altro arriveranno al cento per cento una volta finito il viaggio, in modo che al ritorno il pendolare business possa vedersi il suo bel film scaricato da eMule. Nella fascia è compreso un welcome dal capotreno, che per contratto sarà obbligato a salutare con educazione i pendolari della fascia uno a uno.
  • Executive. Il vagone executive sarà un ufficio viaggiante: finalmente il pendolare disporrà di un tavolino, fornito dal Bar Sport di Sgurgola, per giocare a carte con i suoi compagni di viaggio e di una calcolatrice degli anni settanta per certificare i debiti di gioco. Abbonandosi alla fascia, soprattutto, il pendolare disporrà di una hostess personale che lo assisterà per tutta la durata del viaggio: Ruby Rubamazzo Strangolagalli. Ruby Rubamazzo è la prima selezionata da Trenitalia per una figura professionale che vuole comunicare tutta la profondità e l’orizzontalità del potere esecutivo nella più attuale rappresentazione nazionale: i suoi talenti, senza considerare la naturale femminilità navratiloviana incastonata in un corpo degno di Caster Semenya, spaziano dalla capacità impeccabile di chiusura senza pieghe di Tuttosport all’ascolto impassibile di bestemmie maschili, fino alla manipolazione digitale dell’iPhone del pendolare executive.

Il Gran Ballo del Pendolare

Grazie a una persona riservata come Julian Assange, questo blog è in grado di riferire di un piano segreto di Trenitalia per migliorare le condizioni di viaggio dei pendolari. Il progetto è ricostruibile dai cablogrammi che invece di essere trasmessi per cavo sottomarino sono stati inviati tramite posta ferroviaria: dopo una sosta interminabile di un mese presso la stazione di Colonna, i pizzini tecnologicamente corretti si sono stancati e in autonomia hanno deciso di consegnarsi ai pirati australiani.

Il nome in codice del Piano è ‘Iceberg’, in onore del debito di ispirazione che i dirigenti di marketing dell’azienda sentono di riconoscere all’esperienza di viaggio fastosa del Titanic. Un recente studio dell’Università di Cambridge a Mare ha infatti dimostrato come la percezione della tragedia imminente possa evaporare del tutto in favore di un’allegria inconsapevole, se un’altrettanto allegra orchestrina suona una musica che muove al ballo e al sonno della coscienza. La chiave è nella comunicazione del disastro: se la narrazione del viaggio quotidiano è dolore e freddo d’inverno e dolore e caldo d’estate, questa narrazione deve cambiare, deve servirsi di parole e immagini più potenti della sofferenza, che tra l’altro è di sinistra e deprimente. A questo servono i creativi: inventare la gioia di viaggiare sul locale delle sei e cinquantacinque senza spendere un euro sul treno in sé, ché l’hardware costa, ma piuttosto investire sull’immateriale, sulle sensazioni, in altre parole: sulle storie (nel senso di palle), che costano di meno, molto di meno (con tutta l’inflazione di disoccupati prodotti dalle facoltà umanistiche) e rendono molto ma molto di più.

Il primo segnale della nuova strategia arriva dai rivestimenti delle poltrone dei treni, passate dal cotone cartonato alla pelle plastificata: programmato con dolosa sapienza a ridosso della stagione invernale, il passaggio alla pelle evoca uffici e macchine da veri manager, le stanze e la mobilità del potere, potere che anche il pendolare assaporerà per qualche mese, prima di restare appiccicato alla sua poltrona per tutta l’estate, quando la combinazione dei sudori delle pelli con l’assenza dell’aria condizionata creerà l’unione definitiva tra l’uomo e il vagone per il tramite del sedile.

Ma per l’anno nuovo sono in vista altre inebrianti innovazioni nell’esperienza di viaggio del pendolare. Un tappeto rosso, un avanzo del primo Festival del Cinema di Roma che Alemanno non ha voluto riutilizzare per motivi ideologici, accoglierà i viaggiatori sul binario. Sui vagoni, poi, Maria La Filippica, una presentatrice televisiva nata nel sud-est asiatico ma cresciuta in Sardegna, allieterà il viaggio sottolineando con parole vuote ed enfasi ingiustificata i momenti sensazionali che separano il pendolare dall’arrivo a casa, quei momenti, quei luoghi che troppo spesso il viaggiatore trascura in preda a uno scoramento cosmico: la suggestiva Zagarolo, che ha dato il nome all’indimenticabile film di Franco e Ciccio; la fabbrica di Colleferro, miracolo industriale italiano, che tanto ha dato alla valle del Sacco; l’avveniristico centro sportivo di Sgurgola, con il suo campo da calcio in puzzolana, e il campo per il calcetto, il tennis, il basket e la pallavolo, realizzato con una tecnologia avanzata che permette di renderlo intercambiabile per ciascuno dei quattro sport, servendosi semplicemente di una vernice spray con la quale ridisegnare le righe.

Ad accompagnare la performance orale di La Filippica e le immagini dai finestrini, Trenitalia prevede di allestire una MMPV (Mostra Multimediale Permanente su Vagone), uno slideshow di scatti fotografici che documentino l’eroicità di questi uomini che ogni anno pagano l’abbonamento al treno per sfuggire ai costi della benzina e all’omicidio sul Grande Raccordo Anulare. La prima installazione sarà una soggettiva dedicata a Lino Avanti e Indietro Spatto, pendolare oramai in pensione di invalidità, dopo aver mancato in fase di discesa un gradino del Vivalto. La proiezione, animata dal vivo da Ken Burns in persona, ritrarrà Lino nelle istantanee più significative della sua vita di viaggiatore coatto: lo vedremo stretto a una copia di Repubblica del 12 dicembre 2007, a prova del fatto di essere vivo, quel giorno, e a protezione dal freddo gelido del vagone; lo ammireremo avvolto da una copia di Repubblica del 27 marzo dello stesso anno, a prova del fatto di essere ancora vivo, quella mattina, ma privo di sensi; lo contempleremo aggrappato a una copia di Repubblica del 5 febbraio 2008, a prova del fatto di essere vivo, ma disperato e in piedi nel disimpegno tra un vagone e l’altro. La forza emotiva della mostra sarà tale da suscitare un impatto nostalgico preventivo nei pendolari in attività, che cominceranno a fare scorta di rimpianti per i bei tempi andati, anche se, a vedere bene, quei tempi fanno schifo e arrivano comunque in ritardo.

Dal momento che però, come dice il Principe dei Poeti della Danza, «se stasera devo morire, allora voglio ballare via la mia vita», sarà la musica da ballo il vero collante della nuova strategia di Trenitalia, l’accompagnamento festoso e disimpegnato che scioglierà il blocco di ghiaccio nell’ennesimo odioso complotto degli invidiosi che non possono permettersi la prima classe dell’alta velocità e le escort da settemila euro.

Qui si anticipa la prima delle playlist che saranno trasmesse ininterrottamente su tutti i treni pendolari a partire dal prossimo mese di gennaio. Una spruzzatina di spritz e tutti a muovere l’anca, anche quella di ceramica.

  1. A Million Miles from Home, Keziah Jones. Sarebbero solo un’ottantina di chilometri, ma quella del pendolare è una piccola continua migrazione, un distacco costante dalla propria terra, alleviato soltanto dalla sicurezza di non finire nelle mani di Roberto Maroni.
  2. Living for the City, Stevie Wonder. Scesi dal treno, Roma vi abbraccia con i suoi odori tipici e mediterranei: l’olio usatissimo di McDonald’s, il lievito colesteroloso dei cornetti discendenti della Luisona, il piscio rappreso dei senzatetto, la cacca atterrata dei piccioni. La capitale, proprio come l’hai sempre sognata.
  3. Happy People, R. Kelly. Guardate negli occhi i vostri compagni di avventura, mentre pogano sull’autobus lanciato in uno slalom sulla Nomentana, mentre sgomitano sul treno per conquistare un posto a sedere: guardateli negli occhi, quella è la felicità.
  4. Fire, Ohio Players. In una festa non possono certo mancare gli effetti speciali: quelli fumogeni sono prodotti dai freni bruciati del vostro treno. Puzzano un po’, ma volete mettere la scenografia?
  5. 777-9311, The Time. In alto i cellulari, questo è il numero riservato del Direttore per le Relazioni compromesse con la clientela di Trenitalia. Attenzione alla tariffa, il prefisso è di Minneapolis.
  6. Caravan Of Love, Isley Jasper Isley. Siete a bordo di un’unica grande locomotiva dell’amore che vince sempre sulle tante meschine locomotive dell’odio. Ricordatevelo.
  7. Musical Massage, Leon Ware. E se non ve lo ricordate, il Dipartimento della Protezione Civile è lieta di offrirvi un massaggio a bordo.
  8. Pretty Wings, Maxwell. Sponsorizzato da Alitalia, questo brano tenterà di convertirvi al cambio di mezzo di trasporto oppure al cambio intercontinentale del Paese in cui vivete.
  9. I’ll Take You There, The Staple Singers. Un ultimo atto di fede.
  10. Home at Last, Steely Dan. E sarete di nuovo a casa.

La classe pendolare va in paradiso

Per una serie di circostanze superflue, e anche romanzesche visto che il minimalismo quotidiano ha da tempo guadagnato dignità narrativa, ti ritrovi a viaggiare sul Frecciarossa. In prima classe, addirittura.

Il mondo della Freccia ti accoglie su un binario che tiene testa alla omologa parola inglese: è una piattaforma, in realtà, ampia e pulita, surrealmente pulita, se pensi al monolocale della Regina del Binario Ventidue solo qualche metro più in là in linea d’aria. Nessuna traccia di carrelli adibiti ad armadi ambulanti, né tantomeno di rifiuti biologici. Niente: soltanto una spianata illuminata da monitor che numerano ogni singolo vagone. E sulle rotaie, la Frecciarossa con il tuo posto numerato, sì, il tuo posto numerato: niente fight club, una poltrona è riservata per te e nessun controllore comunista te la può sottrarre.

Ti siedi, dopo aver lasciato sulla cappelliera da aeroplano il giaccone e la ventiquattro ore, e sprofondi in un comfort corruttore nei confronti del quale ti senti imbarazzato. Il senso di inadeguatezza ti assale con più forza quando dall’altoparlante una voce annuncia la merenda, che si ripeterà a ogni fermata: uno snack dolce o salato, che dice essere “di prestigiosa marca italiana o a garanzia bio/solidale“ e una bevanda a scelta tra acqua, tè, Oransoda, Coca-Cola e succo di frutta, oltre al Carpenè Malvolti, che non sentivi nominare dagli anni novanta e che il sito di Trenitalia, nel presentare il welcome drink, dimentica di menzionare forse nello sforzo di mantenersi etilicamente corretto. E non crederesti alle tue orecchie, ma qualcuno il Carpenè Malvolti lo prende davvero – alle sei.

Dopo aver tolto le briciole dello snack, pensi di utilizzare il tavolino per il portatile, un miraggio di appoggio che permetterebbe di salvare le tue cosce dalle ustioni provocate dal surriscaldamento del disco del MacBook Pro. Se solo avessi le braccia di Julius Erving. L’utilizzo compulsivo dei pulsanti sotto il bracciolo non produce nessun risultato utile di avvicinamento e allora posizioni il pc come se stessi su un qualunque Vivalto (che, detto tra parentesi, la presa di corrente disponibile sul posto ce l’ha anche lui. E pure i bagni fuori servizio, per dire).

Con una certa costanza e imperizia, un uomo chiamato “pulitore viaggiante“ spazza via i resti dell’abbondanza capitalistica, mentre i passeggeri più estroversi e insicuri cercano di socializzare tra loro, anche per esorcizzare la paura di essere seduti su un missile lanciato a trecento chilometri l’ora. I nomi che si scambiano nelle presentazioni (Diletta, Zaccaria, Elettra, Jacopo, Clementina) si inseriscono nel contesto come una decorazione e sono un’imperdibile base di partenza per conversazioni che, se paragonate a quelle massimaliste del pendolare medio, che se non dorme è capace di spaziare con lo stesso acume dalla crisi della Juventus a quella del centro-sinistra senza dimenticare una soluzione per la crisi nucleare iraniana, sfiorano argomenti intimi e dimenticabili.

Una seconda voce dall’altoparlante, questa volta più sexy, comunica l’imminente fine del viaggio e ti inietta da subito una buona dose di nostalgia preventiva dell’alta velocità. Il ritorno sui binari della quotidianità somiglia al risveglio dall’Hotel California, o da una piscina della Salaria, e non capisci se sei appena sceso dal paradiso o dall’inferno. Poi realizzi che, per essere l’inferno, non è che facesse così caldo, nel vagone del Frecciarossa.

Stato di pulizia

Per stare al passo con i tempi, oggi Paolo Ferrari intervisterebbe non una casalinga di Voghera ma un leghista di Cittadella. Circolano ronde pericolose intorno all’idea di pulizia, forse a causa della prossimità fonetica con polizia.

In direzione ostinata e contraria, ma soprattutto: in ritardo, Trenitalia invita invece i pendolari a viaggiare ogni giorno su treni che sono un inno alla tolleranza e alla convivenza, più o meno civile. Sporcizia stratificata, odori secolari, tecnologia terzomondista, dialetti diversi: gli abbonati dimostrano con il loro assonnato esempio che un mondo diverso, più solidale, è possibile, almeno per un paio di ore comprensive di andata e ritorno. Vero, se il Grande Raccordo Anulare avesse sei corsie per carreggiata, maledetto, ognuno straccerebbe con calcolata teatralità il proprio abbonamento e abbandonerebbe il fetido locale per uno splendido isolamento autarchico e automobilistico, ma è anche con la coazione a ripetere atti di masochismo che si ottengono conquiste di civiltà.

Il ministero dell’interno però ritiene che questo laboratorio interculturale e interregionale sia rischioso e fonte di disordine sociale. La direttiva è chiara come la pelle bianca: bisogna fare pulizia, una volta per tutte, anche sui treni dei pendolari. Niente melting pot. Pol Pot, piuttosto.
Dopo una disastrosa spedizione dei NAS sul regionale delle 18.15 (gli agenti si sono rifiutati di salire perché gli faceva schifo), il Viminale ha promosso un decreto legge contenente, tra le altre, una norma che obbliga il personale viaggiante di Trenitalia a denunciare l’extracomunitario privo di regolare Dove Fresh 24. Dopotutto, sono controllori, no?
Lo stato maggiore delle forze dell’ordine è in particolare preoccupato da tre categorie di stranieri, ritenuti i principali responsabili delle condizioni impresentabili e insicure dei convogli nostrani. Senza contare che rubano il posto a sedere ai pendolari italiani.

Il terrorista musulmano. La strada aperta dall’esperienza decennale dei vucumpra’, gli arabi hanno raggiunto un livello di arroganza tale da leggere il Corano il lunedì mattina, davanti a tutti, proprio mentre l’abbonato italiano celebra il rito più sacro della sua fede: la lettura della Gazzetta dello Sport. Come se non bastasse una provocazione del genere, la carrozzeria dei vagoni è oramai ricoperta per intero da terra e sabbia: la stessa identica tattica che Bin Laden usa per mimetizzarsi nei suoi spostamenti all’interno delle zone desertiche del Pakistan, quando usa il treno invece della motocicletta.

Lo sporco negro. Un classico duro a morire, o almeno a togliersi dalle scatole dei nostri confini ferroviari. Secondo un’attendibilissima indagine commissionata dall’Istituto Duce, la sporcizia e il maleodore dei treni interregionali sono aumentati in maniera proporzionale all’aumento dell’immigrazione dai paesi africani: questo confermerebbe la teoria secondo la quale alcune culture inferiori non hanno interiorizzato il lavaggio del corpo e del cervello, come invece hanno fatto da una quindicina d’anni gli italiani. In sommessa e antipatriottica contraddizione, più di qualche testimone oculare ha riportato di aver visto molti uomini bianchi, di Labico come di Morolo, indossare per cinque giorni consecutivi la stessa camicia e lo stesso paio di jeans. Il tutto durante il mese di luglio. Le testimonianze non sono state ritenute comunque utili ai fini dell’indagine.

Lo stupratore rumeno. Alle prime ombre della sera, si aggira lungo i corridoi male illuminati e degradati dei vagoni. Indossa indumenti di seconda mano, giacca di un verdino Transilvania e pantaloni di lanella appalloccata. Ha i denti segnati da un’esistenza stentata, vissuta ai margini dell’opulenza occidentale. Parla una lingua che sembra l’italiano e si avvicina alle vittime con la scusa di controllare il biglietto.
Fermi tutti, scusate: questo è il capotreno originario di Piedimonte San Germano.

Fight Train

La prima regola del Fight Train è che non si parla del Fight Train.

La seconda regola: marca il tuo territorio, una volta che ti sei seduto. Anche in una forma socialmente più evoluta del pisciare per terra, ma marcalo.

Questo perché la terza regola dice di stare lontano dall’obeso clinico.

Daniele De Rossi in Italia-USA, mondiali di calcio 2006. Tienilo a mente e soprattutto tieni alti i gomiti, quando salti sul Fight Train d’andata. Questa è la regola numero quattro.

La quinta regola dice che non esistono categorie protette sul Fight Train.

La sesta regola del Fight Train: resta fedele al tuo treno, nella buona e nella cattiva sorte. D’accordo, in realtà la regola dice: resta fedele al tuo treno e alla sua cattiva sorte.

La settima regola dice: evita l’obeso clinico.

Non dormire mai, e se ti capita, non appoggiare la testa al sedile, potresti pentirtene tutta la vita. È l’ottava regola del Fight Train, rispettata anche dalle zecche.

Formula uno

Arrivano a bordo di quelle macchinine elettriche che farebbero la loro figura su un campo da golf, quelle macchinine, per intenderci, che retrocedono il pilota al tempo felice e irresponsabile della giostra e dell’autoscontro. Si avvicinano silenziosamente alle tue spalle e, un attimo prima di investirti, ti suonano dietro la nuca e ti scartano scodinzolando tutti i rimorchi. Poi si fermano lungo la linea gialla del binario e in attesa del treno mettono in bella vista un cartello dotato di trespolo. Sopra il cartello c’è scritto: Pit stop pulizia. Tu credi di aver sbagliato canale. Già la parola pulizia collegata a una qualsiasi forma di materiale su rotaia ti spiazza in sé. Passi, sei disponibilissimo a cedere a un’illusione di sedili profumati e lucidi. Ma Pit stop. Il cambio gomme, il rifornimento di benzina, i moscerini via dalla visiera del casco, tutta quella palla che rende sempre più inguardabili i gran premi, che non capisci mai che quello che è primo adesso diventerà quarto dopo perché deve ancora fare la sua cazzo di sosta, e anzi rischia di diventare sesto perché chi lo segue di soste ne ha programmate una in meno e allora, pensi, tu fai bene a non fermarti mai agli autogrill. Pit stop. Cosa c’entra con il tuo schifosissimo treno. Chiaramente, ti stanno prendendo in giro. Non solo non ti parlano in italiano, che sarebbe ancora la tua lingua, ma ti evocano anche l’automobilismo da trecento chilometri l’ora, quando tu lavori da anni sulla tua psiche per interiorizzare i vantaggi kunderiani della lentezza e del ritardo cronico. Come se non bastasse, loro, quelli del Pit stop pulizia, sono vestiti con una tuta rossa, sì, come se fossero i meccanici Ferrari, ma in questo caso, visti all’opera e cronometrati i loro tempi record, devi ammettere che l’analogia cromatica calza incredibilmente bene. Deve esserci Mario Poltronieri alla direzione dei servizi di manutenzione di Trenitalia.

A proposito dell’autore

Ipertesti è a cura di Paolo Sordi. Laureato in legge alla Sapienza si è pentito e ha scontato un anno in un corso di perfezionamento in informatica giuridica, prima di specializzarsi presso la Scuola di Specializzazione in comunicazione multimediale dell'Università di Tor Vergata. Per saperne di più

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