Ipertesti di Paolo Sordi

Tennis, tv, pendolarismo, web 2.0
(e altre cose divertenti che non farò mai più)

Skip to Main Content

Articoli con tag: tennis

I sonni son desideri

Prendi un uomo che abbia veramente sonno e sta’ sicuro che ha almeno una possibilità di tornare un uomo con tutte le sue f-a-c-o-l-t-à intatte, diceva il poeta. A guardare con una carrellata il vagone numero cinque del Vivalto, oggi, alle sei e cinquantadue, dalle parti di Morolo, per quanto innamorato del poeta, non è che ti senta di dargli piena ragione. Sì, questi uomini e queste donne hanno veramente sonno, tanto che dormono in un intreccio quadrilaterale di gomiti, poggiagomiti, gambe, ginocchia e piedi piegandosi a considerare un dolce cullamento uno sferragliare amaro, ma non sanno a che ora arriveranno, figurati tornare. E poi, con quali facoltà: quei corpi sgonfi, reclinati su sedili che hanno vinto la guerra contro l’ergonomia, testimoniano una sospensione sine die delle capacità intellettive, tipica di chi continua a informarsi attraverso il Tg1.

Sia detto a suo merito, però: il pendolare affronta il recupero del sonno perduto con lealtà sportiva, senza aiuti farmacologici o dopanti. Anche se a volte il risultato della riconquista passa per una trasformazione del corpo e della personalità che vede nelle tre tipologie descritte di seguito le rappresentazioni più abnormi.

La Donna con il Velo. In un ambiente sonnacchiosamente xenofobo come il treno regionale, la Donna con il Velo rischierebbe l’emarginazione, se non fosse che il pendolare leghista medio, resosi conto a mezz’occhio che il velo viene steso sulla superficie intera del sedile e non sul volto, si riaddormenta rassicurato dall’innata propensione all’igiene della femmina italica, e anzi le si avvicina per godere di un cantuccio di riparo dalle zecche, le quali peraltro hanno imparato ad apprezzare il fresco cotone del lenzuolo, tanto da accompagnare la Donna con il Velo anche a casa. A ogni buon conto, la Donna con il Velo viaggia armata anche di amuchina e altri letali disinfettanti spray, che spruzza con compunta e sadica violenza sopra il sedile, sotto il sedile, sotto il velo, sopra il velo, ai lati del sedile e del velo, sulla bocca del pendolare leghista medio, che minaccia di franarle addosso privo di vita come il suo alito. Negli ultimi tempi, non è raro incontrare anche versioni maschili dell’esemplare dormiente, ma questo, dicono gli entomologi di Trenitalia, piuttosto che indurre a frettolose conclusioni omofobe, dovrebbe far riflettere sull’intersessualità dei comportamenti ossessivi compulsivi.

L’Abbonato Urlante. Muto ma lancinante come quello di Munch, e però se possibile ancora più inquietante per l’aggiunta di quella smorfia obliqua che segna il volto di Rafa Nadal dopo l’ennesimo scambio da fondo perso contro Djokovic, l’urlo del pendolare che dorme con la bocca odontostomatologicamente spalancata è una visione sorda e talmente insostenibile che i suoi vicini, se non dormono anche loro, preferiscono consolarsi con il panorama della natura morta della Valle del Sacco. A drammatizzare, se ce ne fosse bisogno, la raffigurazione, le mani dell’Abbonato Urlante sono spesso unite in basso, come legate in supplica, mentre il naso si spinge verso l’alto, forse per sfuggire allo spray della Donna con il Velo. I teologi di Trenitalia sostengono però che il sonno angoscioso dell’Abbonato Urlante sia dovuto ai sensi di colpa, doverosi dopotutto, che deriverebbero dai pensieri ignobilmente peccaminosi e trucemente omicidi rivolti al marketing del Frecciarossa.

Il Pendotauro. Composto come una salma, il Pendotauro impressiona per la forza taurina del sonno e soprattutto del collo, che riesce a tenere il mento a un’angolatura mai inferiore, né superiore, ai novanta gradi e la nuca a una distanza di sicurezza di quindici centimetri dal poggiatesta. Restituisce aumentata l’immagine di un cadavere che ha appena ricevuto l’impagliatura quotidiana la presenza fissa sul naso degli occhiali da sole, indossati nonostante l’alba fatichi anche lei ad alzarsi dalla notte precedente, e un libro, di solito un thriller sanguinolento o un fantasy di troni e spade, che giace in grembo, mai iniziato. Le mani sono distese con il palmo sulle cosce, che con le gambe occupano la cubatura precisa riservata al posto a sedere. Nel prenderlo a modello del pendolare dei treni regionali in una pubblicità che enfatizza l’armonia perfetta delle linee del Vivalto, i medici legali di Trenitalia hanno trascurato l’ipotesi che il Pendotauro sia in realtà tenuto su, più che dallo splenio della testa, dai fili delle cuffie dell’iPod, e che un giorno, che forse è già arrivato, finirà per strangolarsi.

Il grande freddo

Dopo una breve fase automobilistica che ha aumentato la tua disposizione benevola nei confronti del mondo e diminuito il tuo credito nei confronti della banca, senza considerare i sensi di colpa ambientalisti solo parzialmente neutralizzati dalla serale attività di differenziazione della plastica, del vetro, della carta, dell’umido e del secco, dopo, dicevo, questo breve periodo, il Vivalto delle sei e quarantatré ti attende puntuale in tutti i suoi cronici difetti, il vagone senza climatizzazione primo fra tutti.

Ora, il pendolare, pur di sedersi, è pronto a uccidere sua madre, per cui la libido che si scatena nella chimica del suo corpo alla visione di un carrozza vuota è paragonabile a quella che prova Marchionne quando sogna la chiusura di uno stabilimento Fiat in Italia. Ciononostante, la semantica del vuoto, in un treno invernale, include anche il significato del freddo e il povero pendolare si trova di fronte a un lacerante dilemma binario: mi siedo al freddo o sto in piedi al caldo? Il pendolare vero non è neanche sfiorato dal dubbio: il pendolare vero si siede perché non ha paura del freddo e lo affronta come El Grinta affronta una banda di fuorilegge.

Per chi però non si sentisse ancora John Wayne, quelle che seguono sono cinque tecniche utili a sedersi comodamente nel fottuto gelido vagone evitando il rischio di assideramento.

  1. La tecnica dell’inversione. Esci da casa in camicia, infila maglione e giacca nello zaino, porta a mano il giaccone. Se sopravvivi all’ingresso in macchina, accendila e guida fino alla stazione. Mettiti in attesa sul binario saltellando ma senza oltrepassare la linea gialla. Se il tuo ginocchio regge allo stress dei saltelli, usalo per salire sul treno. A quel punto, vestiti e siediti in piena comodità. All’arrivo a Roma, ti sembrerà primavera.
  2. La tecnica del ciclista in discesa. Fermati in edicola. Supera la vergogna e chiedi il Giornale o magari Libero. Considera che esiste un comma della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che autorizza il pendolare all’acquisto dei due quotidiani in questione per l’utilizzo che si sta per descrivere. Separa i fogli. Infila i fogli separati tra la pancia e la camicia (è del tutto ovvio che qui si esclude che un pendolare degno di questo nome indossi la maglia della salute – nda). Protetto da un fondo di Belpietro, viaggia comodamente seduto. È possibile che alla fine del viaggio ti ritrovi una serigrafia del ministro Bondi stampata sul petto, ma una bella doccia e viene via molto meglio che una mozione di sfiducia.
  3. La tecnica dell’estroversione. Per quanto ti possa risultare innaturale, sorridi a coloro che sono indecisi sul da farsi, se sedersi oppure riparare al caldo e viaggiare in piedi. Promettigli un viaggio forse freddo ma in gradevole compagnia, spiegagli che la percezione condivisa del gelo moltiplica i gradi, ricordagli, se sono cattolici, che Gesù non ha potuto scegliere dove nascere. Convincili a restare e stringersi vicino a te. Dopo averlo fatto, accendi il tuo iPod.
  4. La tecnica Beppe Viola. Stringi un patto con il diavolo. Chiedi trentasette e mezzo di temperatura corporea tutta la vita in cambio della seconda palla di servizio di McEnroe. Dal punto di vista del calore non cambierà nulla, ma il tuo tennis ne trarrà giovamento e soprattutto insulterai il capotreno con coloriture e accessi di rabbia mai sperimentati prima su un treno regionale.
  5. La tecnica del Suono di Philadelphia. Collegati a iTunes Store. Seleziona il genere R&B. Cerca Teddy Pendergrass. Acquista il very best of oppure qualsiasi album datato prima del 1980. Infila le cuffie del tuo iPod e fai tap su ‘play’. Gli ormoni prodotti dalla voce che canta ‘Love TKO’ porteranno il vagone a una temperatura contagiosa: in cinque minuti tutti i pendolari sapranno della carrozza surriscaldata. Stai solo attento a controllarli, gli ormoni, o finisci il viaggio indossando la canottiera di Teddy.

Arte in movimento

Andare avanti, fissare la riproduzione del filmato all’ottantanovesimo secondo e fare clic su play. Osservare la faccia incredula e rassegnata di Riton, al secolo Henri Leconte, uno dei più grandi talenti naturali della storia del tennis. È in ginocchio e vuole uccidere il suo avversario, mentre il pubblico lo applaude. Mentre il pubblico lo applaude, lui vuole sparargli alle spalle perché gli ha appena fatto una cosa che non dovrebbe appartenere al mondo degli uomini, seppure uomini illuminati dal genio superiore del talento. Lui non crede a quello che ha visto e vuole eliminare l’autore dell’allucinazione.

Ora riavvolgere il nastro virtuale e tornare indietro all’ottantesimo secondo. Posizionarsi con i piedi paralleli alla linea immaginaria del monitor. Pensare al livello di consapevolezza interiore raggiunto da Neo/Keanu Reeves nel finale di Matrix e seguire con religiosa attenzione l’atto della creazione di arte in movimento.

A proposito dell’autore

Ipertesti è a cura di Paolo Sordi. Laureato in legge alla Sapienza si è pentito e ha scontato un anno in un corso di perfezionamento in informatica giuridica, prima di specializzarsi presso la Scuola di Specializzazione in comunicazione multimediale dell'Università di Tor Vergata. Per saperne di più

Socializzazione

Letture (su aNobii)

Scatti (su Flickr)