Ipertesti di Paolo Sordi

Tennis, tv, pendolarismo, web 2.0
(e altre cose divertenti che non farò mai più)

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Articoli con tag: Stazione Termini

Babbo Natale viaggia con trenta minuti di ritardo

Come ogni anno di questi tempi, i pendolari si ritrovano a Piazza dei Cinquecento per lo scambio dei doni rituali. Nonostante la crisi, Grandi Stazioni non ha voluto badare a spese per la celebrazione della ricorrenza e ha contattato il cugino dello scultore Adrian Tranquilli per la composizione dell’Albero. L’installazione progettata dal parente dell’artista è un Vivalto assemblato in verticale, a lambire appena il tetto dell’atrio antistante la piazza e colmo di viaggiatori viventi all’interno. All’esterno, pendolari autentici di Zagarolo penzolanti dai finestrini, alla ricerca disperata di un posto o un semplice appiglio che li salvi dal precipizio della depressione cronica. Le telefonate dei parenti preoccupati della sorte dei loro cari, la sinfonia alternata e nervosa delle suonerie, l’illuminazione caleidoscopica e ritmica dei display dei cellulari donano all’albero una drammaticità tanto geniale quanto suggestiva.

Le scatole con i regali sono arrivate con mezz’ora di ritardo: Babbo Natale è stato spiazzato da uno sciopero selvaggio e improvviso delle sue renne, che protestano contro la probabile acquisizione della Compagnia delle Slitte Volanti da parte di una misteriosa cordata di imprenditori italiani, spronati a quanto pare da un ex cantante da crociera. In caso di esito negativo di un delicato affare, gli imprenditori del Bel Paese vedono infatti nella flotta dei cornuti quadrupedi volanti una solida alternativa di ripiego.

Scalate industriali o no, il povero Santa Claus è dovuto salire su un treno interregionale e sarebbe anche arrivato puntuale se non fosse stato scambiato per il controllore dai passeggeri, che hanno pensato a una disneyana e surretizia iniziativa di marketing di Trenitalia, studiata per strappargli un sorriso pregno di ricordi infantili. Ora, se c’è una cosa che non devi chiedere a un pendolare è sorridere: mi togli minuti, ore e giorni della mia vita ogni giorno e a Natale mi presenti un povero disgraziato, di solito costretto a indossare una giacchetta di un verde ripugnante, addobbato con i colori sociali della Coca-Cola, una stupida barba finta e un ridicolo cappello da cheerleader, per farmi sentire più buono?

Travolto dal crasso sarcasmo degli abbonati, Babbo Natale ha tentato di affermare, anche con forza, la sua reale identità, esacerbando gli animi una volta per tutte. Ne è nata una rissa e il treno ha dovuto sostare per buoni venti minuti alla stazione di Ciampino. Fortunatamente, una renna crumira, richiamata dal vicino aeroporto presso il quale era ferma da un paio di giorni, ha condotto la grassoccia rossa figura a Termini.

I regali sarebbero tutti da elencare singolarmente, ma quattro in particolare hanno colpito la fantasia e guadagnato il commosso apprezzamento dei pendolari.

Il torrone classico alla mandorla. Spesso dodici centimetri e duro come un manganello cileno, l’immancabile torrone bianco può essere servito (e servire) nei modi i più creativi immaginabili. Cossiga, per esempio, ne ha regalato una fornitura alla polizia, in vista di prossimi destabilizzanti cortei di violenti studenti delle classi di quarta elementare. Bertolaso, invece, confezione su confezione, ci sta costruendo una diga contro l’esondazione dell’Aniene.

Il vin santo. Canonizzato dopo anni di vana presenza sulle mensole delle cucine degli italiani, senza che nessuno si sia mai curato di lui, fosse solo per offrirlo a un ospite indesiderato, il vin santo torna utile nei periodi bui, quando il ritardo del tuo treno assume una costanza stagionale: basta portare sette bottiglie alla stazione e cospargere i binari con la sacra bevanda, completando poi il rito divino con una sbriciolata di cantucci. I treni continueranno a ritardare, ma tu avrai molto più spazio in cucina.

La rubbia. Tu magari pensi a una malattia, vai a piedi nudi in giro per i supermercati e finisce che prendi la rubbia. Invece no, trattasi di prestigioso formaggio il cui odore ti porta alla mente la robiola e i tagli alla manutenzione e alla pulizia dei treni.

La Brown Arrow Social Card. Chi se lo può permettere, sfreccia sulla Freccia Rossa a trecento all’ora. Trenitalia ha però voluto rispondere alle accuse di trascurare i pendolari e ha attivato un’esclusiva e gratuita carta per gli abbonati regionali. La card dà diritto a ben quaranta viaggi all’anno sui locali delle cinque e quindici e delle ventidue e venti, limitatamente ai giorni del sabato e della domenica. Polemiche ha suscitato il colore scelto per la tessera, ma buona parte dei viaggiatori reputa che il marrone sia un’azzeccata metafora cromatica della loro miserabile condizione.

Televisione, droga della nazione

In effetti, se ne sentiva la mancanza. Avevi notato quei grigi schermi sedicinoni lungo i binari di Termini, una colonna sì una colonna no, e avevi pensato: finalmente, sostituiscono quei tristi televisorini da cucina sui quali leggi le informazioni sui treni in arrivo e in partenza e contemporaneamente prenoti una vista oculistica, ottanta euro senza fattura. Avevi visto gli stessi schermi all’inizio del binario, installati su una base di vetro, il numero del binario impresso a caratteri cubitali, e avevi pensato: finalmente, ti comunicheranno orari, ritardi, spostamenti non nella forma di un foglio elettronico illeggibile ma secondo un design pensato per l’utente. Tu l’avevi pensato. Ma ti sbagliavi. Perché non bastano tabelloni retro-illuminati, cartelloni, manifesti, torri girevoli, stand: la pubblicità ha bisogno del suo più personale e contemporaneo habitat: la televisione. Così, accanto a immagini statiche di prodotti, se non falsi, ingannevoli, come alte velocità e presidenti del consiglio, ecco apparire in tutto il suo splendore animato lo spot televisivo, il consiglio per l’acquisto che interrompe la visione della tua vita. Una modella bella e fasciata come una pantera insegue un profumo di Dior. (Da consigliare, in dosi massicce, al giaccone pregno di tabacco del tuo occasionale compagno di viaggio.) Un altra donna, in due pezzi, si bagna in una vasca a idromassaggi Valtur. (Da consigliare un’occhiata al tuo residuo ferie.) Ancora una donna, in tailleur e leggermente più sfigata delle altre, si applica un cerotto antinicotina. (Da consigliare al tuo occasionale compagno di viaggio di cui sopra o ai suoi colleghi di stanza.) La scatola con la pubblicità si muove e ti insegue, colonna dopo colonna, passo dopo passo, binario dopo binario, se arrivi e se parti. Ed è già salita su alcuni treni. Sta invadendo, letteralmente, militarmente, il tuo campo visivo e vitale. Televisione. Commerciale. Pura. Altroché: McLuhan aveva ragione, il mezzo non solo non è neutro, ma ha i capelli trapiantati, sventola un tricolore e sorride su uno sfondo azzurro.

Grande Stazione Termini

Grande Stazione TerminiQuando arrivi a Termini la mattina, gli occhi che ancora portano i segni della fase REM, ti accolgono due mostruose pupille dilatate. Cose mai viste, ti dicono. Non si riferiscono ai ritardi dei treni. Fanno pubblicità alla Stazione Termini, trasformata in centro commerciale da Grandi Stazioni. Non vorresti partire mai, ti dicono ancora le pupille, in overdose da scansione di prodotti sapientemente illuminati. Non vorresti partire mai. Ora, la stazione, nonostante il suo nome, appunto, stazionario, è uno di quei luoghi dove la vita è massimamente dinamica, ontologicamente passeggera, dove l’arrivo non è altro che una ri-partenza, come amerebbe dire Arrigo Sacchi. E dove il tempo a tua disposizione, se ce l’hai, lo conti in negativo: meno dieci, meno nove, meno otto… e via di nuovo, su un altro treno, su un autobus, al lavoro, a casa. Perché tu sei in quella dannata stazione solo per quello: tu devi partire. Dice: ma non è un centro commerciale, è la riqualificazione di uno spazio. D’accordo. Un’integrazione nel tessuto urbano vivo della città. Va bene, benissimo. Eppure, quell’intenzione di bloccare la tua partenza, di trattenerti offrendoti libri dischi pizza panini jeans mutande calzini acque medicine cravatte profumi telefonini orologi scarpe maglioni, non è soltanto un’ironica trovata di marketing, nasconde il tentativo riuscito di profittare, letteralmente, di tutti i vuoti possibili della tua vita di viaggiatore. Dieci minuti di ritardo? Compra un cd. Mezz’ora? Prova un paio di pantaloni. Più di un’ora? Passa in farmacia e fai scorta di antidepressivi. Hai fame? Fermati all’Autogrill. Aspetta un attimo, cosa: Autogrill? Sì: Autogrill. Ma non sei alla stazione, quella con i treni, i binari, i fischietti e tutto quanto? E allora? Forse Autostrade ha una quota di partecipazione in Grandi Stazioni, chissà.

Formula uno

Arrivano a bordo di quelle macchinine elettriche che farebbero la loro figura su un campo da golf, quelle macchinine, per intenderci, che retrocedono il pilota al tempo felice e irresponsabile della giostra e dell’autoscontro. Si avvicinano silenziosamente alle tue spalle e, un attimo prima di investirti, ti suonano dietro la nuca e ti scartano scodinzolando tutti i rimorchi. Poi si fermano lungo la linea gialla del binario e in attesa del treno mettono in bella vista un cartello dotato di trespolo. Sopra il cartello c’è scritto: Pit stop pulizia. Tu credi di aver sbagliato canale. Già la parola pulizia collegata a una qualsiasi forma di materiale su rotaia ti spiazza in sé. Passi, sei disponibilissimo a cedere a un’illusione di sedili profumati e lucidi. Ma Pit stop. Il cambio gomme, il rifornimento di benzina, i moscerini via dalla visiera del casco, tutta quella palla che rende sempre più inguardabili i gran premi, che non capisci mai che quello che è primo adesso diventerà quarto dopo perché deve ancora fare la sua cazzo di sosta, e anzi rischia di diventare sesto perché chi lo segue di soste ne ha programmate una in meno e allora, pensi, tu fai bene a non fermarti mai agli autogrill. Pit stop. Cosa c’entra con il tuo schifosissimo treno. Chiaramente, ti stanno prendendo in giro. Non solo non ti parlano in italiano, che sarebbe ancora la tua lingua, ma ti evocano anche l’automobilismo da trecento chilometri l’ora, quando tu lavori da anni sulla tua psiche per interiorizzare i vantaggi kunderiani della lentezza e del ritardo cronico. Come se non bastasse, loro, quelli del Pit stop pulizia, sono vestiti con una tuta rossa, sì, come se fossero i meccanici Ferrari, ma in questo caso, visti all’opera e cronometrati i loro tempi record, devi ammettere che l’analogia cromatica calza incredibilmente bene. Deve esserci Mario Poltronieri alla direzione dei servizi di manutenzione di Trenitalia.

Impreca per noi

Quando è lunedì, sette e quaranta di mattina, e ovunque vorresti essere tranne che sulla banchina del binario due, quando hai fatto le due di notte per vederti gratis qualche gol dai resti di una trasmissione che chiamano ancora “Domenica sportiva”, quando la tua pasticceria preferita si gode il giorno di riposo, quando non hai voglia di sgomitare contro vecchi donne e bambini per assicurarti un posto a sedere, e il tuo posto a sedere se lo prende uno studente di giurisprudenza che segue le lezioni di diritto ecclesiastico, allora sono tre imprecazioni.

Quando esci dal lavoro mezz’ora prima, perché oggi il tuo posto a sedere lo vuoi, sicuro, e comunque di lavoro ne hai avuto abbastanza, quando cerchi di decidere se ti conviene aspettare il filobus con le aste oppure arrivare a piedi alla metropolitana, ma no, la metropolitana meglio di no, diciamo che di questi tempi soffri di claustrofobia, quando riesci ad arrivare a Termini con quel margine che il posto a sedere è tuo, non ci piove, e il treno corrispondente porta tre quarti d’ora di ritardo, per cui potevi uscire dal lavoro quindici minuti dopo e farti pagare lo straordinario: due imprecazioni.

Quando il viaggio sembra davvero iniziare bene, quando il posto a sedere quasi viene da te ad accoglierti, a dirti accomodati pure, e tu sistemi rilassato le tue cose, il tuo zaino, la tua giacca, i tuoi occhiali da sole, tiri giù il bracciolo centrale del sedile, apri “Diary” e cominci a leggere, sette sedili splendidamente vuoti intorno a te, quando in quel preciso momento ti si siede accanto il pendolare che hai già visto ieri, con indosso la stessa maglietta di cotone misto acrilico, e adesso che ci pensi bene quella maglietta ce l’aveva anche l’altro ieri, e fuori ci sono trentacinque gradi da tre giorni, beh, là sono cinque imprecazioni (di cui due profilate appositamente per il pendolare con la maglietta di cotone misto acrilico).

Quando il treno ti fischia dentro le orecchie, sì, sì, mi sposto dalla linea gialla mica mi voglio suicidare, e ti frena duecento metri dopo il punto che avevi accuratamente calcolato essere quello di frenata dell’ultima carrozza disponibile, quando le carrozze disponibili sono cinque, quando da un secondo rapido calcolo che conta le persone che ti stanno davanti a duecento metri di distanza il tuo fottuto posto a sedere lo puoi considerare, appunto, fottuto, quando quella ultimissima speranza che ti eri lasciato, perché in fondo sei un ottimista, muore dietro la moltitudine davanti alla porta che non si apre (parentesi: perché il proverbio la speranza è l’ultima a morire dovrebbe essere confortante? Per la cronaca, la speranza alla fine muore, alla fine, ma muore), quando sei costretto a leggere il giornale in opinabile equilibrio sul tuo ginocchio basculante a prescindere dallo scarrozzamento del vagone, tutto questo fa quattro imprecazioni.

Quando consideri che perdi quattro ore della tua giornata tra aspettare un treno o un autobus o una metropolitana e viaggiare su un treno o un autobus o una metropolitana, quando ti manca l’aria (condizionata), quando ti tornano alla mente tutti gli articoli che negli ultimi cinque anni ti raccontavano le meraviglie del telelavoro, e ne conoscessi uno che telelavora, quando il tuo posto a sedere lo vuoi a casa tua, biglietto numerato, puoi arrivare anche un solo secondo prima, grazie, quando, niente di personale, ma di Valmontone Zagarolo Labico non ne vuoi proprio più sapere, quando, per una di quelle libere associazioni che renderebbero felice qualunque psicoanalista, ti ricordi che Mac nell’ottantaquattro ha perso solo tre partite su ottantacinque e una di queste era la finale del Roland Garros, in vantaggio di due set a zero e un break contro quel roditore di Lendl: altre, definitive dieci imprecazioni.

A proposito dell’autore

Ipertesti è a cura di Paolo Sordi. Laureato in legge alla Sapienza si è pentito e ha scontato un anno in un corso di perfezionamento in informatica giuridica, prima di specializzarsi presso la Scuola di Specializzazione in comunicazione multimediale dell'Università di Tor Vergata. Per saperne di più

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