Come ogni anno di questi tempi, i pendolari si ritrovano a Piazza dei Cinquecento per lo scambio dei doni rituali. Nonostante la crisi, Grandi Stazioni non ha voluto badare a spese per la celebrazione della ricorrenza e ha contattato il cugino dello scultore Adrian Tranquilli per la composizione dell’Albero. L’installazione progettata dal parente dell’artista è un Vivalto assemblato in verticale, a lambire appena il tetto dell’atrio antistante la piazza e colmo di viaggiatori viventi all’interno. All’esterno, pendolari autentici di Zagarolo penzolanti dai finestrini, alla ricerca disperata di un posto o un semplice appiglio che li salvi dal precipizio della depressione cronica. Le telefonate dei parenti preoccupati della sorte dei loro cari, la sinfonia alternata e nervosa delle suonerie, l’illuminazione caleidoscopica e ritmica dei display dei cellulari donano all’albero una drammaticità tanto geniale quanto suggestiva.
Le scatole con i regali sono arrivate con mezz’ora di ritardo: Babbo Natale è stato spiazzato da uno sciopero selvaggio e improvviso delle sue renne, che protestano contro la probabile acquisizione della Compagnia delle Slitte Volanti da parte di una misteriosa cordata di imprenditori italiani, spronati a quanto pare da un ex cantante da crociera. In caso di esito negativo di un delicato affare, gli imprenditori del Bel Paese vedono infatti nella flotta dei cornuti quadrupedi volanti una solida alternativa di ripiego.
Scalate industriali o no, il povero Santa Claus è dovuto salire su un treno interregionale e sarebbe anche arrivato puntuale se non fosse stato scambiato per il controllore dai passeggeri, che hanno pensato a una disneyana e surretizia iniziativa di marketing di Trenitalia, studiata per strappargli un sorriso pregno di ricordi infantili. Ora, se c’è una cosa che non devi chiedere a un pendolare è sorridere: mi togli minuti, ore e giorni della mia vita ogni giorno e a Natale mi presenti un povero disgraziato, di solito costretto a indossare una giacchetta di un verde ripugnante, addobbato con i colori sociali della Coca-Cola, una stupida barba finta e un ridicolo cappello da cheerleader, per farmi sentire più buono?
Travolto dal crasso sarcasmo degli abbonati, Babbo Natale ha tentato di affermare, anche con forza, la sua reale identità, esacerbando gli animi una volta per tutte. Ne è nata una rissa e il treno ha dovuto sostare per buoni venti minuti alla stazione di Ciampino. Fortunatamente, una renna crumira, richiamata dal vicino aeroporto presso il quale era ferma da un paio di giorni, ha condotto la grassoccia rossa figura a Termini.
I regali sarebbero tutti da elencare singolarmente, ma quattro in particolare hanno colpito la fantasia e guadagnato il commosso apprezzamento dei pendolari.
Il torrone classico alla mandorla. Spesso dodici centimetri e duro come un manganello cileno, l’immancabile torrone bianco può essere servito (e servire) nei modi i più creativi immaginabili. Cossiga, per esempio, ne ha regalato una fornitura alla polizia, in vista di prossimi destabilizzanti cortei di violenti studenti delle classi di quarta elementare. Bertolaso, invece, confezione su confezione, ci sta costruendo una diga contro l’esondazione dell’Aniene.
Il vin santo. Canonizzato dopo anni di vana presenza sulle mensole delle cucine degli italiani, senza che nessuno si sia mai curato di lui, fosse solo per offrirlo a un ospite indesiderato, il vin santo torna utile nei periodi bui, quando il ritardo del tuo treno assume una costanza stagionale: basta portare sette bottiglie alla stazione e cospargere i binari con la sacra bevanda, completando poi il rito divino con una sbriciolata di cantucci. I treni continueranno a ritardare, ma tu avrai molto più spazio in cucina.
La rubbia. Tu magari pensi a una malattia, vai a piedi nudi in giro per i supermercati e finisce che prendi la rubbia. Invece no, trattasi di prestigioso formaggio il cui odore ti porta alla mente la robiola e i tagli alla manutenzione e alla pulizia dei treni.
La Brown Arrow Social Card. Chi se lo può permettere, sfreccia sulla Freccia Rossa a trecento all’ora. Trenitalia ha però voluto rispondere alle accuse di trascurare i pendolari e ha attivato un’esclusiva e gratuita carta per gli abbonati regionali. La card dà diritto a ben quaranta viaggi all’anno sui locali delle cinque e quindici e delle ventidue e venti, limitatamente ai giorni del sabato e della domenica. Polemiche ha suscitato il colore scelto per la tessera, ma buona parte dei viaggiatori reputa che il marrone sia un’azzeccata metafora cromatica della loro miserabile condizione.
Quando arrivi a Termini la mattina, gli occhi che ancora portano i segni della fase REM, ti accolgono due mostruose pupille dilatate. Cose mai viste, ti dicono. Non si riferiscono ai ritardi dei treni. Fanno pubblicità alla Stazione Termini, trasformata in centro commerciale da Grandi Stazioni. Non vorresti partire mai, ti dicono ancora le pupille, in overdose da scansione di prodotti sapientemente illuminati. Non vorresti partire mai. Ora, la stazione, nonostante il suo nome, appunto, stazionario, è uno di quei luoghi dove la vita è massimamente dinamica, ontologicamente passeggera, dove l’arrivo non è altro che una ri-partenza, come amerebbe dire Arrigo Sacchi. E dove il tempo a tua disposizione, se ce l’hai, lo conti in negativo: meno dieci, meno nove, meno otto… e via di nuovo, su un altro treno, su un autobus, al lavoro, a casa. Perché tu sei in quella dannata stazione solo per quello: tu devi partire. Dice: ma non è un centro commerciale, è la riqualificazione di uno spazio. D’accordo. Un’integrazione nel tessuto urbano vivo della città. Va bene, benissimo. Eppure, quell’intenzione di bloccare la tua partenza, di trattenerti offrendoti libri dischi pizza panini jeans mutande calzini acque medicine cravatte profumi telefonini orologi scarpe maglioni, non è soltanto un’ironica trovata di marketing, nasconde il tentativo riuscito di profittare, letteralmente, di tutti i vuoti possibili della tua vita di viaggiatore. Dieci minuti di ritardo? Compra un cd. Mezz’ora? Prova un paio di pantaloni. Più di un’ora? Passa in farmacia e fai scorta di antidepressivi. Hai fame? Fermati all’Autogrill. Aspetta un attimo, cosa: Autogrill? Sì: Autogrill. Ma non sei alla stazione, quella con i treni, i binari, i fischietti e tutto quanto? E allora? Forse Autostrade ha una quota di partecipazione in Grandi Stazioni, chissà.
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