Ipertesti di Paolo Sordi

Tennis, tv, pendolarismo, web 2.0
(e altre cose divertenti che non farò mai più)

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Articoli con tag: musica

Il grande freddo

Dopo una breve fase automobilistica che ha aumentato la tua disposizione benevola nei confronti del mondo e diminuito il tuo credito nei confronti della banca, senza considerare i sensi di colpa ambientalisti solo parzialmente neutralizzati dalla serale attività di differenziazione della plastica, del vetro, della carta, dell’umido e del secco, dopo, dicevo, questo breve periodo, il Vivalto delle sei e quarantatré ti attende puntuale in tutti i suoi cronici difetti, il vagone senza climatizzazione primo fra tutti.

Ora, il pendolare, pur di sedersi, è pronto a uccidere sua madre, per cui la libido che si scatena nella chimica del suo corpo alla visione di un carrozza vuota è paragonabile a quella che prova Marchionne quando sogna la chiusura di uno stabilimento Fiat in Italia. Ciononostante, la semantica del vuoto, in un treno invernale, include anche il significato del freddo e il povero pendolare si trova di fronte a un lacerante dilemma binario: mi siedo al freddo o sto in piedi al caldo? Il pendolare vero non è neanche sfiorato dal dubbio: il pendolare vero si siede perché non ha paura del freddo e lo affronta come El Grinta affronta una banda di fuorilegge.

Per chi però non si sentisse ancora John Wayne, quelle che seguono sono cinque tecniche utili a sedersi comodamente nel fottuto gelido vagone evitando il rischio di assideramento.

  1. La tecnica dell’inversione. Esci da casa in camicia, infila maglione e giacca nello zaino, porta a mano il giaccone. Se sopravvivi all’ingresso in macchina, accendila e guida fino alla stazione. Mettiti in attesa sul binario saltellando ma senza oltrepassare la linea gialla. Se il tuo ginocchio regge allo stress dei saltelli, usalo per salire sul treno. A quel punto, vestiti e siediti in piena comodità. All’arrivo a Roma, ti sembrerà primavera.
  2. La tecnica del ciclista in discesa. Fermati in edicola. Supera la vergogna e chiedi il Giornale o magari Libero. Considera che esiste un comma della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che autorizza il pendolare all’acquisto dei due quotidiani in questione per l’utilizzo che si sta per descrivere. Separa i fogli. Infila i fogli separati tra la pancia e la camicia (è del tutto ovvio che qui si esclude che un pendolare degno di questo nome indossi la maglia della salute – nda). Protetto da un fondo di Belpietro, viaggia comodamente seduto. È possibile che alla fine del viaggio ti ritrovi una serigrafia del ministro Bondi stampata sul petto, ma una bella doccia e viene via molto meglio che una mozione di sfiducia.
  3. La tecnica dell’estroversione. Per quanto ti possa risultare innaturale, sorridi a coloro che sono indecisi sul da farsi, se sedersi oppure riparare al caldo e viaggiare in piedi. Promettigli un viaggio forse freddo ma in gradevole compagnia, spiegagli che la percezione condivisa del gelo moltiplica i gradi, ricordagli, se sono cattolici, che Gesù non ha potuto scegliere dove nascere. Convincili a restare e stringersi vicino a te. Dopo averlo fatto, accendi il tuo iPod.
  4. La tecnica Beppe Viola. Stringi un patto con il diavolo. Chiedi trentasette e mezzo di temperatura corporea tutta la vita in cambio della seconda palla di servizio di McEnroe. Dal punto di vista del calore non cambierà nulla, ma il tuo tennis ne trarrà giovamento e soprattutto insulterai il capotreno con coloriture e accessi di rabbia mai sperimentati prima su un treno regionale.
  5. La tecnica del Suono di Philadelphia. Collegati a iTunes Store. Seleziona il genere R&B. Cerca Teddy Pendergrass. Acquista il very best of oppure qualsiasi album datato prima del 1980. Infila le cuffie del tuo iPod e fai tap su ‘play’. Gli ormoni prodotti dalla voce che canta ‘Love TKO’ porteranno il vagone a una temperatura contagiosa: in cinque minuti tutti i pendolari sapranno della carrozza surriscaldata. Stai solo attento a controllarli, gli ormoni, o finisci il viaggio indossando la canottiera di Teddy.

Il Gran Ballo del Pendolare

Grazie a una persona riservata come Julian Assange, questo blog è in grado di riferire di un piano segreto di Trenitalia per migliorare le condizioni di viaggio dei pendolari. Il progetto è ricostruibile dai cablogrammi che invece di essere trasmessi per cavo sottomarino sono stati inviati tramite posta ferroviaria: dopo una sosta interminabile di un mese presso la stazione di Colonna, i pizzini tecnologicamente corretti si sono stancati e in autonomia hanno deciso di consegnarsi ai pirati australiani.

Il nome in codice del Piano è ‘Iceberg’, in onore del debito di ispirazione che i dirigenti di marketing dell’azienda sentono di riconoscere all’esperienza di viaggio fastosa del Titanic. Un recente studio dell’Università di Cambridge a Mare ha infatti dimostrato come la percezione della tragedia imminente possa evaporare del tutto in favore di un’allegria inconsapevole, se un’altrettanto allegra orchestrina suona una musica che muove al ballo e al sonno della coscienza. La chiave è nella comunicazione del disastro: se la narrazione del viaggio quotidiano è dolore e freddo d’inverno e dolore e caldo d’estate, questa narrazione deve cambiare, deve servirsi di parole e immagini più potenti della sofferenza, che tra l’altro è di sinistra e deprimente. A questo servono i creativi: inventare la gioia di viaggiare sul locale delle sei e cinquantacinque senza spendere un euro sul treno in sé, ché l’hardware costa, ma piuttosto investire sull’immateriale, sulle sensazioni, in altre parole: sulle storie (nel senso di palle), che costano di meno, molto di meno (con tutta l’inflazione di disoccupati prodotti dalle facoltà umanistiche) e rendono molto ma molto di più.

Il primo segnale della nuova strategia arriva dai rivestimenti delle poltrone dei treni, passate dal cotone cartonato alla pelle plastificata: programmato con dolosa sapienza a ridosso della stagione invernale, il passaggio alla pelle evoca uffici e macchine da veri manager, le stanze e la mobilità del potere, potere che anche il pendolare assaporerà per qualche mese, prima di restare appiccicato alla sua poltrona per tutta l’estate, quando la combinazione dei sudori delle pelli con l’assenza dell’aria condizionata creerà l’unione definitiva tra l’uomo e il vagone per il tramite del sedile.

Ma per l’anno nuovo sono in vista altre inebrianti innovazioni nell’esperienza di viaggio del pendolare. Un tappeto rosso, un avanzo del primo Festival del Cinema di Roma che Alemanno non ha voluto riutilizzare per motivi ideologici, accoglierà i viaggiatori sul binario. Sui vagoni, poi, Maria La Filippica, una presentatrice televisiva nata nel sud-est asiatico ma cresciuta in Sardegna, allieterà il viaggio sottolineando con parole vuote ed enfasi ingiustificata i momenti sensazionali che separano il pendolare dall’arrivo a casa, quei momenti, quei luoghi che troppo spesso il viaggiatore trascura in preda a uno scoramento cosmico: la suggestiva Zagarolo, che ha dato il nome all’indimenticabile film di Franco e Ciccio; la fabbrica di Colleferro, miracolo industriale italiano, che tanto ha dato alla valle del Sacco; l’avveniristico centro sportivo di Sgurgola, con il suo campo da calcio in puzzolana, e il campo per il calcetto, il tennis, il basket e la pallavolo, realizzato con una tecnologia avanzata che permette di renderlo intercambiabile per ciascuno dei quattro sport, servendosi semplicemente di una vernice spray con la quale ridisegnare le righe.

Ad accompagnare la performance orale di La Filippica e le immagini dai finestrini, Trenitalia prevede di allestire una MMPV (Mostra Multimediale Permanente su Vagone), uno slideshow di scatti fotografici che documentino l’eroicità di questi uomini che ogni anno pagano l’abbonamento al treno per sfuggire ai costi della benzina e all’omicidio sul Grande Raccordo Anulare. La prima installazione sarà una soggettiva dedicata a Lino Avanti e Indietro Spatto, pendolare oramai in pensione di invalidità, dopo aver mancato in fase di discesa un gradino del Vivalto. La proiezione, animata dal vivo da Ken Burns in persona, ritrarrà Lino nelle istantanee più significative della sua vita di viaggiatore coatto: lo vedremo stretto a una copia di Repubblica del 12 dicembre 2007, a prova del fatto di essere vivo, quel giorno, e a protezione dal freddo gelido del vagone; lo ammireremo avvolto da una copia di Repubblica del 27 marzo dello stesso anno, a prova del fatto di essere ancora vivo, quella mattina, ma privo di sensi; lo contempleremo aggrappato a una copia di Repubblica del 5 febbraio 2008, a prova del fatto di essere vivo, ma disperato e in piedi nel disimpegno tra un vagone e l’altro. La forza emotiva della mostra sarà tale da suscitare un impatto nostalgico preventivo nei pendolari in attività, che cominceranno a fare scorta di rimpianti per i bei tempi andati, anche se, a vedere bene, quei tempi fanno schifo e arrivano comunque in ritardo.

Dal momento che però, come dice il Principe dei Poeti della Danza, «se stasera devo morire, allora voglio ballare via la mia vita», sarà la musica da ballo il vero collante della nuova strategia di Trenitalia, l’accompagnamento festoso e disimpegnato che scioglierà il blocco di ghiaccio nell’ennesimo odioso complotto degli invidiosi che non possono permettersi la prima classe dell’alta velocità e le escort da settemila euro.

Qui si anticipa la prima delle playlist che saranno trasmesse ininterrottamente su tutti i treni pendolari a partire dal prossimo mese di gennaio. Una spruzzatina di spritz e tutti a muovere l’anca, anche quella di ceramica.

  1. A Million Miles from Home, Keziah Jones. Sarebbero solo un’ottantina di chilometri, ma quella del pendolare è una piccola continua migrazione, un distacco costante dalla propria terra, alleviato soltanto dalla sicurezza di non finire nelle mani di Roberto Maroni.
  2. Living for the City, Stevie Wonder. Scesi dal treno, Roma vi abbraccia con i suoi odori tipici e mediterranei: l’olio usatissimo di McDonald’s, il lievito colesteroloso dei cornetti discendenti della Luisona, il piscio rappreso dei senzatetto, la cacca atterrata dei piccioni. La capitale, proprio come l’hai sempre sognata.
  3. Happy People, R. Kelly. Guardate negli occhi i vostri compagni di avventura, mentre pogano sull’autobus lanciato in uno slalom sulla Nomentana, mentre sgomitano sul treno per conquistare un posto a sedere: guardateli negli occhi, quella è la felicità.
  4. Fire, Ohio Players. In una festa non possono certo mancare gli effetti speciali: quelli fumogeni sono prodotti dai freni bruciati del vostro treno. Puzzano un po’, ma volete mettere la scenografia?
  5. 777-9311, The Time. In alto i cellulari, questo è il numero riservato del Direttore per le Relazioni compromesse con la clientela di Trenitalia. Attenzione alla tariffa, il prefisso è di Minneapolis.
  6. Caravan Of Love, Isley Jasper Isley. Siete a bordo di un’unica grande locomotiva dell’amore che vince sempre sulle tante meschine locomotive dell’odio. Ricordatevelo.
  7. Musical Massage, Leon Ware. E se non ve lo ricordate, il Dipartimento della Protezione Civile è lieta di offrirvi un massaggio a bordo.
  8. Pretty Wings, Maxwell. Sponsorizzato da Alitalia, questo brano tenterà di convertirvi al cambio di mezzo di trasporto oppure al cambio intercontinentale del Paese in cui vivete.
  9. I’ll Take You There, The Staple Singers. Un ultimo atto di fede.
  10. Home at Last, Steely Dan. E sarete di nuovo a casa.

Anni fa

Ho sentito un juke box che suonava

Ho sentito un juke box che suonava.

L’iPod, alla fine

Nonostante tu sia un fedele e invasato appartenente alla setta della Mela Morsicata da quando, tredici anni fa, decidesti di avere un computer, non hai mai comprato un iPod. E questo nonostante tu possa essere tentato di acquistare da Steve Jobs anche un corso di mimo radiofonico.
L’immagine di te stesso a spasso con un paio di cuffiette nelle orecchie e fili penzolanti davanti al petto ti dà in realtà la lontana idea di un deficiente.

E un puntuale deficiente ti senti quando esci dall’ufficio, con l’iPod per la prima volta in tasca e le tue bianche cuffiette nelle orecchie di cui sopra. L’iPod, regalo di un’insospettabile, è il Nano di ultima generazione, un bianco e argentato capolavoro di interfaccia ed eleganza minimalista, sebbene il modello Touch lo faccia già apparire come un oggetto destinato a rientrare nel giro di un anno nella nostalgica categoria del modernariato.
Ma tu non ti vedi né di ultima generazione né elegante: imbranato, piuttosto, con quei cavi che ti ballano sulla giacca, si incastrano nella sciarpa e tutti che ti osservano mentre, rigido, molto rigido, cerchi di provare l’angolazione raggiungibile dai movimenti del collo senza provocare il penoso distacco di uno dei due auricolari (nessuno ti caga, ma in quel momento, provando tu tangibili sensazioni di autodeficienza, sei paranoicamente convinto che lo facciano, anche con molta più attenzione del solito).

Eppure, mentre continui a camminare con quella imbarazzante protesi acustica, nel momento in cui cominci a prestare il tuo ascolto alla musica, canzoni senza titolo dall’Islanda, tutti scompaiono. Anzi: qualcuno che somiglia a te esce dal tuo corpo e tu ti trasformi nello spettatore del film di te stesso. Venerdì sera, novembre, Roma, foglie, pioggia, Via Ravenna, la metropolitana, il ritorno a casa, Termini, tu con l’iPod: quelle immagini e quei luoghi hanno senso solo per comporre la colonna sonora di quei venti minuti della tua vita.

Musica, maestri

Lontani i tempi dell’a tutto volume, del Technics, del vinile e oramai anche del cd, la tua esperienza attuale della musica si smaterializza in un treno, un computer bianco e due cuffiettine arancioni a bassissima fedeltà. Quanto basta a salvarti la vita, però, almeno per un’ora. La presente, inevitabile compilation copre un ritardo del vostro treno fino a un massimo di venti minuti. Per ritardi superiori, si prevede un servizio sostituivo, fornito dal suono, rigorosamente dal vivo, delle imprecazioni dei vostri colleghi di viaggio.

  1. Lovely Day, Bill Withers. Sette e un quarto di mattina. Cinque gradi sopra lo zero. Cielo limpido. Profumo pieno di campagna. Come può non essere, questo, un giorno amabile? Semplice: ricevi alle sette e venti un sms2go da Trenitalia. Che già il nome ti fa incazzare, neanche l’avesse scritto Prince. E poi “go” cosa, se con quel messaggino da adolescente in calore mi dici che mi tocca aspettare per andare?
  2. Like A Rolling Stone, Bob Dylan. Scelta banale ma inevitabile. Perché magari qualcuno più bravo di te il senso l’ha trovato, ma nel momento esatto in cui si trova tra Zagarolo e Labico, è chiaro che la tua esistenza ha “no direction at all”. Se possibile, ascoltare anche la versione di Jimi Hendrix al Festival di Monterey, in cui potrete ritrovare lo stridore acido dei freni del regionale nelle distorsioni della Fender.
  3. Everytime You Go Away, Daryl Hall & John Oates. (Evitare la versione zuccherata di Paul Young) Tutto quello che lasci quando parti. Una moglie. Un figlio. Un altro figlio. Una colazione. Due racchette da tennis. Un pranzo. Un paio di jeans. Un paio di scarpe da calcetto. Una casa.
  4. Strange Relationship, Prince. Non puoi vivere pendolando, non puoi vivere senza pendolare. Rischi di andare pazzo, se continui così. Oppure, peggio, di iscriverti all’NPG Music Club.
  5. Lullaby, The Cure. Quando sei sopraffatto dalla stanchezza, quando le palpebre cadono sotto il peso di una gravità insostenibile: dormi. Ma senza adagiare il tuo capo sul poggiatesta, mi raccomando. A questo proposito, da prendere in considerazione e proporre a Trenitalia un remake del video in cui Robert Smith viene divorato da un ragno, con qualcuna delle zecche degli interregionali nella parte dell’aracnide.
  6. Distant Lover, Marvin Gaye. Il problema non sono tanto i novanta chilometri, che comunque, tra andata e ritorno, diventano centottanta. Il problema sono due vite che sono unite e per dodici ore al giorno, invece, scorrono parallele senza incontrarsi mai. La voce di Marvin vi riavvicina e vi avvolge in un lenzuolo di seta. Però attenzione a non esagerare con l’autosuggestione, il treno è un luogo pubblico, dopotutto.
  7. Bufalo Bill, Francesco De Gregori. Il motivo per cui questa canzone è in lista salta agli occhi. La locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere. E questo ha deciso l’avvenire dei tuoi baffi e il tuo mestiere.
  8. Anna e Marco, Lucio Dalla. Perché ogni tanto devi commuoverti, tornare indietro, fino al tuo più intimo bianco e nero. E sognare, con tre salti, di essere fuori dal locale delle diciotto e venti.
  9. When Tomorrow Comes, Eurythmics. Finalmente, il sabato arriverà e sarà annunciato da Annie Lennox.
  10. Down In The Seine, The Style Council. Avete presente Paul Weller sulla copertina di Café Bleu? Bene, ecco dove vorresti essere, adesso. Non Sgurgola. Non Morolo. Ma Parigi. Rue de Beaumarchais. O Canal Saint Martin. Fate voi.
  11. New York, New York, Ryan Adams. Vedi sopra. Anche se l’America è dall’altra parte della luna.
  12. ‘Round Midnight, The Miles Davis Quintet. Fermo a Colonna, per una ragione misteriosa, forse un treno rotto davanti, forse un treno rotto dietro. Forse il tuo treno, rotto. Nessuno in grado di dirti quando tornerai a casa. Allora, lascia suonare la tromba di Miles Davis: non penserai più a nulla, dimenticherai ritardi, disservizi, incompetenze, sporcizia, ignoranza, tutto. Sei in un’altra dimensione, per cinque minuti e cinquantasei secondi.
  13. There Will Be A Light, Ben Harper & The Blind Boys Of Alabama. Preghiera dai comprovati effetti taumaturgici, valida anche per gli atei. Da intonare all’ingresso della galleria di Valmontone.
  14. Wise Up, Aimee Mann. Un giorno, il treno si fermerà dalle parti di Ferentino e sottovoce, proprio nell’istante esatto in cui il treno si fermerà, tutti i passeggeri inizieranno a cantare: “It’s not… what you thought… when you first… began it. You got… what you want… now you can hardly stand it, though, by now you know, it’s not going to stop… it’s not going to stop… it’s not going to stop, till you wise up”. Poi, pioveranno rane.

Verso l’iceberg

Il lunedì mattina, di solito, ti dividi tra due stati d’animo alternativi come lo sconforto e la rassegnazione. Quando scendi dall’interregionale ventiquattronovantasei, in ritardo di quei quaranta minuti, e ti avvii, zaino sulle spalle, verso Piazza dei Cinquecento, un po’ di sana e argomentata sfiducia nella civiltà occidentale inizia a farsi largo dentro di te. Ma non sei ancora salito sul novanta. Soprattutto, il musicista di strada non è ancora salito sul novanta. Nel momento in cui le porte si chiudono e dal carrellino della spesa riciclato in stereo ambulante parte la base preregistrata e poi live la chitarra, capisci perché dovresti possedere un iPod e magari una coppia di quelle meravigliose cuffiette isolanti da centocinquanta euro che vendono sul sito della Apple. My Way, perché è My Way che l’uomo con la chitarra suona, ti apre un baratro di malinconia incolmabile, puoi vedere le tracce delle lacrime sulle guance di tutti i passeggeri, sopraffatti da un senso di alienazione metropolitana sintetizzabile nelle due domande: cosa cazzo ci faccio io, qui, e qual è il senso? Ma non è tanto questa o quella canzone (anche se My Way, di per sé, stenderebbe anche il Giorgio Rocca di questi tempi), o il lunedì, o il Truman Show quotidiano, è che nelle corde di quello strumento anche I Got The Feelin’ si trasformerebbe in un inno alla depressione. Se avete mai ascoltato, in qualche fiera di paese, una versione di Imagine al flauto andino, capirete quello di cui sto parlando. Essendo un uomo fortunato, il tuo viaggio ai confini del dolore del mondo finisce prima dell’interpretazione della colonna sonora di Titanic. L’iceberg, almeno quello, può aspettare.

A proposito dell’autore

Ipertesti è a cura di Paolo Sordi. Laureato in legge alla Sapienza si è pentito e ha scontato un anno in un corso di perfezionamento in informatica giuridica, prima di specializzarsi presso la Scuola di Specializzazione in comunicazione multimediale dell'Università di Tor Vergata. Per saperne di più

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