Ipertesti di Paolo Sordi

Tennis, tv, pendolarismo, web 2.0
(e altre cose divertenti che non farò mai più)

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Articoli con tag: metropolitana

La cognizione del sudore

Per chi prende i mezzi pubblici, sudare sette camicie non è un modo di dire, è un’umida realtà quotidiana.

Treno di andata, ore 6.43: prima camicia

Lo chiamano Vivalto perché è a due piani. E avrebbe anche l’aria condizionata di serie. Anzi, avrebbe per ogni quaterna di sedili una presa elettrica attraverso la quale ricaricare il cellulare o il portatile. Anzi, avrebbe per ogni vagone un display che ti informa in tempo quasi reale dell’ora di arrivo prevista presso la prossima stazione, del ritardo accumulato e della disponibilità della toilette (che spesso non perviene, peraltro, la disponibilità della toilette). Addirittura, avrebbe un sistema di messaggistica vocale che ti comunica la prossima stazione, il ritardo accumulato e le scuse per il ritardo accumulato: la voce in realtà dice ritardo maturato in un capolavoro burocratico-linguistico di contropiede semantico. Avrebbe tutto queste cose. E sarebbe anche bello. Ma. Ma non è a due piani: è un monolocale soppalcato, per cui subito prima di infilarti compresso come un file ZIP nello spazio ristretto, ristrettissimo del tuo sedile, gomito a gomito con chi la sua unica camicia la suda per sette-giorni-sette-lavorativi-e-non, sbatti la tua testa assonnata sulla dannata cappelliera, posta ad altezza Brunetta, se si passa l’ossimoro, e incapace di accogliere volontariamente il tuo zaino con un portatile diverso dall’Air. Dopo aver letto o meglio: scorto il quotidiano formato tabloid, a un’apertura mai superiore ai quindici gradi, dato che sei una persona possessiva ed educata e non intendi condividere la lettura con il tuo vicino né sbattergli il rovescio della mano sul naso, arrivi all’ultima prova, se in partenza hai avuto l’inaccortezza di salire sul soppalco: nove fatidici gradini, per piede misura ventotto, in discesa, alle sette e cinquantacinque. Sarà freddo e condizionato, ma sempre sudore è.

Trambus, ore 8.01: seconda camicia

Il pieno di benzina ti segnala che il mondo attraversa una drammatica crisi energetica. Il 90 Express ti ricorda che la faticosa strada verso le fonti alternative di energia va da Piazza dei Cinquecento a Via Nomentana, quando il trambus può attaccarsi ai fili della linea elettrica: prima, puoi già considerarti fortunato se le batterie ti hanno consentito di superare, al contrario, la breccia di Porta Pia, figurati pretendere che accendano l’aria condizionata. Forse la sera prima quelli dell’Atac dimenticano di attaccarlo al caricatore, come fa tua moglie con il telefonino.

A piedi, ore 17.40: terza camicia

Un vero pendolare seriale non si limita a macchina, treno e bus. Un vero pendolare seriale vuole anche la metropolitana, nelle dodici ore lontano dalla sua altra parallela realtà. Ed è disposto a camminare tra gli orridi scavi della linea C per scendere nella B. Ad attraversare, con lo zaino nero sulla schiena, un boulevard senza alberi, probabilmente sequestrati dalla finanza. A ignorare tutte le gelaterie che offrono una pausa refrigerante al suo passo affrettato e claudicante. A fondersi con il cemento romano, greve e appiccicoso.

Metropolitana, ore 17.50: quarta camicia

Per la discesa negli inferi devi attraversare un tornello che mette a rischio le tue potenzialità riproduttive. Poi una scala mobile. Sulla banchina, una folata di aria usata, gommosa e tiepida, ti annuncia l’arrivo del treno. Quando entri, l’umanità che ti accoglie è ridotta a risorsa umana da trasporto: la maggior parte non gode neanche dell’adrenalina insensata ma in fondo consolante di un altro viaggio, un altro allungo che ti conduca distante, sempre più distante, dal luogo di lavoro: vuole solo arrivare al capolinea della giornata. Le fessure dei finestrini sono aperte e l’unico condizionamento che senti è quello del tuo sudore, che si fa olfattivamente imbarazzante. Per la risalita dagli inferi, devi attraversare un tornello che mette a rischio le tue potenzialità riproduttive residue.

Treno di ritorno, ore 18.15: quinta, sesta e settima camicia

Quando le perle di sudore sulla tua fronte ti stanno già rendendo ricco, ecco la tombola di un bel carrozzone vagonato che arriva dagli indimenticabili anni ottanta e da un deposito in pieno sole. Dopo venti anni trascorsi in gloria ad accumulare ritardi, te lo hanno ammodernato e riproposto nel ventunesimo secolo, come se fosse una di quelle operazioni vintage con cui il marketing affettivo ti frega ricattandoti con la nostalgia passata di un futuro migliore. Solo che il glamour e il pendolarismo appartengono a due categorie di pensiero incomunicabili tra loro. Basta scrutare i segni visibili dell’ammodernamento interno della vettura: linoleum cerato ovunque e stoffe dei sedili colorate con l’improbabile accoppiamento cromatico della corporate identity: un azzurrino triste, rinunciatario e finale e un verdino pisello impotente e appassito. Segni visibili dell’ammodernamento esterno, invece: nessuno, a parte dei giganteschi e ottimistici, anche se inquietantemente simili a bare, condizionatori sul tetto di ogni vagone. Ma come tutti gli innesti contro natura e fuori tempo massimo (immagina Bossi: ministro delle riforme costituzionali, nel 2008: assurdo, no?), il condizionatore non funziona. Nove volte su dieci. E tu sudi, sudi, sudi, sudi, sudi, sudi, sudi, sudi, sudi. Come James Brown, all’Apollo. La decima volta, hai preso la macchina o cambiato Paese.

Colori metropolitani

Se ti muovi sotto terra, il tuo comportamento può essere spiegato da tre ragioni:

  1. a) sei una talpa;
  2. b) ti hanno seppellito frettolosamente;
  3. c) viaggi in metro.

Nell’ipotesi c), il tuo viaggio quotidiano si presta a una serie di inquietanti accostamenti metaforici, la discesa verso gli inferi primo fra tutti. (Non che prendere l’aereo e andare in cielo sia molto meglio, sotto questo punto di vista, a meno che tu non creda sul serio al paradiso.) Il problema è che la logica si rifiuta di accompagnarti al di sotto del livello del mare, se il solo scopo è evitare il traffico e arrivare prima al lavoro. Se nel tunnel qualcuno conservasse un minimo di rigore semantico, potrebbe esistere un ossimoro come rosso permissivo? Non dovrebbe essere un’esclusiva dei semafori di Napoli? E perché non abbiamo mai sentito parlare di verde inflessibile? O di giallo-vedi-un-po’-tu-ma-poi-sono-cazzi-tuoi? In realtà, quando scendi nei sotterranei della metropolitana, i colori sfumano, o meglio: perdono saturazione, come se tu indossassi un paio di occhiali da sole in una giornata nuvolosa. Fate caso ai piccoli pannelli pubblicitari all’interno dei treni: il loro aspetto è spento, marginale, consunto, al punto che hai l’impressione realistica che le locandine dei teatri promuovano gli abbonamenti di due stagioni fa. E guardate le facce dei passeggeri, ovunque uguali, a Roma come a Parigi: facce in bianco e nero, isolate, mute. In attesa della luce del sole e del segnale del cellulare.

Impreca per noi

Quando è lunedì, sette e quaranta di mattina, e ovunque vorresti essere tranne che sulla banchina del binario due, quando hai fatto le due di notte per vederti gratis qualche gol dai resti di una trasmissione che chiamano ancora “Domenica sportiva”, quando la tua pasticceria preferita si gode il giorno di riposo, quando non hai voglia di sgomitare contro vecchi donne e bambini per assicurarti un posto a sedere, e il tuo posto a sedere se lo prende uno studente di giurisprudenza che segue le lezioni di diritto ecclesiastico, allora sono tre imprecazioni.

Quando esci dal lavoro mezz’ora prima, perché oggi il tuo posto a sedere lo vuoi, sicuro, e comunque di lavoro ne hai avuto abbastanza, quando cerchi di decidere se ti conviene aspettare il filobus con le aste oppure arrivare a piedi alla metropolitana, ma no, la metropolitana meglio di no, diciamo che di questi tempi soffri di claustrofobia, quando riesci ad arrivare a Termini con quel margine che il posto a sedere è tuo, non ci piove, e il treno corrispondente porta tre quarti d’ora di ritardo, per cui potevi uscire dal lavoro quindici minuti dopo e farti pagare lo straordinario: due imprecazioni.

Quando il viaggio sembra davvero iniziare bene, quando il posto a sedere quasi viene da te ad accoglierti, a dirti accomodati pure, e tu sistemi rilassato le tue cose, il tuo zaino, la tua giacca, i tuoi occhiali da sole, tiri giù il bracciolo centrale del sedile, apri “Diary” e cominci a leggere, sette sedili splendidamente vuoti intorno a te, quando in quel preciso momento ti si siede accanto il pendolare che hai già visto ieri, con indosso la stessa maglietta di cotone misto acrilico, e adesso che ci pensi bene quella maglietta ce l’aveva anche l’altro ieri, e fuori ci sono trentacinque gradi da tre giorni, beh, là sono cinque imprecazioni (di cui due profilate appositamente per il pendolare con la maglietta di cotone misto acrilico).

Quando il treno ti fischia dentro le orecchie, sì, sì, mi sposto dalla linea gialla mica mi voglio suicidare, e ti frena duecento metri dopo il punto che avevi accuratamente calcolato essere quello di frenata dell’ultima carrozza disponibile, quando le carrozze disponibili sono cinque, quando da un secondo rapido calcolo che conta le persone che ti stanno davanti a duecento metri di distanza il tuo fottuto posto a sedere lo puoi considerare, appunto, fottuto, quando quella ultimissima speranza che ti eri lasciato, perché in fondo sei un ottimista, muore dietro la moltitudine davanti alla porta che non si apre (parentesi: perché il proverbio la speranza è l’ultima a morire dovrebbe essere confortante? Per la cronaca, la speranza alla fine muore, alla fine, ma muore), quando sei costretto a leggere il giornale in opinabile equilibrio sul tuo ginocchio basculante a prescindere dallo scarrozzamento del vagone, tutto questo fa quattro imprecazioni.

Quando consideri che perdi quattro ore della tua giornata tra aspettare un treno o un autobus o una metropolitana e viaggiare su un treno o un autobus o una metropolitana, quando ti manca l’aria (condizionata), quando ti tornano alla mente tutti gli articoli che negli ultimi cinque anni ti raccontavano le meraviglie del telelavoro, e ne conoscessi uno che telelavora, quando il tuo posto a sedere lo vuoi a casa tua, biglietto numerato, puoi arrivare anche un solo secondo prima, grazie, quando, niente di personale, ma di Valmontone Zagarolo Labico non ne vuoi proprio più sapere, quando, per una di quelle libere associazioni che renderebbero felice qualunque psicoanalista, ti ricordi che Mac nell’ottantaquattro ha perso solo tre partite su ottantacinque e una di queste era la finale del Roland Garros, in vantaggio di due set a zero e un break contro quel roditore di Lendl: altre, definitive dieci imprecazioni.

A proposito dell’autore

Ipertesti è a cura di Paolo Sordi. Laureato in legge alla Sapienza si è pentito e ha scontato un anno in un corso di perfezionamento in informatica giuridica, prima di specializzarsi presso la Scuola di Specializzazione in comunicazione multimediale dell'Università di Tor Vergata. Per saperne di più

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