Ipertesti di Paolo Sordi

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(e altre cose divertenti che non farò mai più)

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Pendolarismo atavico

Lombroso aveva visto giusto. L’ambiente, l’adattamento, la selezione, l’evoluzione: Darwin, d’accordo. Ma Lombroso, lui aveva visto giusto: esiste, anzi è sempre esistito un pendolare per nascita. Quando alla fine dell’estate saranno recuperati i corpi dei viaggiatori asfissiati dall’assenza di aria condizionata sui vagoni, gli esami autoptici potranno confermare le intuizioni del criminologo. Ora, non deve certo sorprendere che sia la criminologia a portare i contributi teorici più pregnanti a una materia come quella del pendolarismo, apparentemente innocua per la convivenza sociale: cosa altro è infatti, se non un crimine, far viaggiare degli esseri umani su sedili surriscaldati, composti da un binomio letale di pelle plastificata e plastica simil-pelle?

Le scoperte rivoluzionarie di Lombroso hanno ribaltato non soltanto le teorie darwiniane, ma tutti i tradizionali approcci al problema. Le origini della sofferenza provocata dal treno regionale non stanno nel treno o in chi il treno lo gestisce: i grandi manager fanno il loro lavoro, e non è possibile attribuire a degli onesti tagliatori di teste e di costi (che poi, diciamocelo, sono la stessa fastidiosa cosa, le teste e i costi) responsabilità che il mercato impone loro di assumere per la sopravvivenza del Carpené Malvolti sull’alta velocità.

Se il mercato è un dato ambientale, Darwin vorrebbe allora che la specie umana abbonata al sette zone presentasse prima o poi un mutamento genetico, un carattere nuovo che si manifestasse in un sorriso inebetito di contentezza e riconoscenza per l’esistenza del Vivalto e del servizio pubblico. Il pendolare, al contrario, è sempre immutabilmente depresso, depresso e triste, e quindi socialmente pericoloso. Le persone tristi, lo sanno tutti, mettono tristezza, quando il poeta stesso suggerisce che sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re, e se il re piange, l’economia va giù anche lei e poi più nessuno potrà accarezzare il brivido lussuoso di stuzzicare un salatino lanciato a trecento chilometri l’ora tra Orte e Firenze.

Partendo da questa osservazione quotidiana (per un breve periodo della sua vita fu un abbonato a Trenitalia anche lui, facendo la spola tra il manicomio di Ceccano e l’ippodromo delle Capannelle, la cui frequentazione gli valse la fama di essere matto come un cavallo) e dalla autopsia di Onorato Viaggiatore, colpito da un infarto mentre litigava per un sedile occupato il venerdì sera, Lombroso concluse che il pendolare è un tipo antropologico predeterminato. In particolare, l’analisi del cranio del Viaggiatore rivelò una fossetta occipitale mediana che con la dovuta attenzione è possibile vedere anche a occhio nudo su tutti i pendolari viventi delle sei e quarantatré. La deformazione, non rinvenibile nei crani degli altri essere umani, serviva secondo lo studioso a canalizzare il sudore nei mesi estivi e non si spiegava con l’assenza del latte materno, né con una testata contro la cappelliera del vagone, né tantomeno con la visione giornaliera, sin dalla prima infanzia, di Canale 5. Piuttosto, uno sviluppo embriogenetico interrotto che avrebbe condannato l’esistenza di Viaggiatore, come quelle di tutti gli altri suoi compagni deterministicamente sfortunati, a una serie di atti meccanici, privi di un vero libero arbitrio: la sveglia, la minzione, il lavaggio rapido, la vestizione, la colazione, la macchina, il parcheggio, il binario, l’assalto feroce al treno, la lotta sanguinosa per il posto, il sonno di ritorno, la depressione in vista delle stazioni.

Per il bene della collettività, Lomborso riteneva opportuno che i pendolari continuassero a essere reclusi sui treni a breve percorrenza (che gli apparivano come futuribili prigioni mobili), magari allungando i tempi della detenzione con ritardi strategici: più tardi l’individuo sarebbe stato riconsegnato alla vita civile, maggiore sarebbe stato nella sua visione il beneficio per la sicurezza della società e della famiglia.

Volendo scendere nel dettaglio della predeterminazione, sono due i caratteri dominanti che lo studioso ha delineato e lasciato in eredità alla crimonologia moderna:

  1. Il pendolare atavico. È la figura eponima, il terrore dei compagni di cella, cioè: di vagone. Distinguibile per la sua massa corporea primatesca e gli arti superiori rasoterra, ingombrante due sedili come minimo, la pancia strabordante la cintura lassa, il pendolare atavico sprigiona nicotina anche a sigarette spente e mostra, oltre a un fiuto animale per la previsione dei ritardi, un’insensibilità subnaturale al dolore quotidiano: l’atavico non manifesta alcuna sofferenza a bordo del treno, forse perché nessun altro ambiente gli permetterebbe di giocare a carte prima delle sette di mattina. Come un Achab ferrato e molto poco letterario, il pendolare atavico, una copia di Libero nella mano come un arpione, non aspetta altro che finire nel ventre della Stazione Termini, la Balena Bianca che divora i viaggiatori dividendoli tra viscere A e viscere B, entrambe a lavori in corso.
  2. Il pendolare mattoide. Educato, cortese, riservato: il pendolare mattoide apparirebbe come una persona normale, se non fosse l’ossessione parossistica per la pulizia a tradirne il tratto deviato e irrecuperabile. Seduto su un sedile che anche il nucleo più coraggioso dei Nas rifiuterebbe di toccare, il pendolare mattoide si illude di restare incontaminato stendendo un lenzuolino a diaframmare la sua esistenza da quella delle zecche. Riconoscibile per i muscoli ipertrofici del collo, sviluppati per tenere il capo lontano dal poggiatesta durante i momenti di dormiveglia, il mattoide è caratterizzato anche da accessi di paranoia che lo spingono a imputare a un complotto della CIA la soppressione del locale delle sei e quarantasei. Tornato a casa, continua a recludersi, ma nella doccia, dalla quale esce soltanto per risalire sul treno del giorno dopo.

Tra Scilla e Cariddi

Esistono otto milioni di modi per soffrire. Uno è essere abbonati annuali di Trenitalia. Vagoni senza aria condizionata durante i giorni più freddi dell’inverno. Vagoni senza aria condizionata durante i giorni più caldi dell’estate. Vagoni con l’aria condizionata male durante i giorni dell’autunno e della primavera in cui faresti a meno dell’aria condizionata. Eppure, le torture più terribili provengono dai tuoi simili, i tuoi compagni di viaggio coatti (nel senso che non è che hanno scelto di viaggiare con te. Così come tu del resto non hai scelto di viaggiare con loro – sia chiaro). Non è difficile da credere, se solo ci rifletti per un minuto. Su quel fetido linoleum su rotaie si combatte una lotta per la sopravvivenza e anche se la guerra è esplicita (e brutale, oh, quanto brutale) soltanto per la conquista del posto a sedere, i comportamenti dettati dall’ambiente provocano una sottile e implicita linea di scontri ai quali è difficile sottrarsi, a meno che tu non faccia ricorso a tutte le tue facoltà di tibetana resistenza psicofisica.
Metti per esempio che finisci tra Scilla e Cariddi. Cosa che tra l’altro succede quando tutto sembra andare per il verso giusto: arrivi sul vagone quel minuto prima dell’assalto finale, una cinquina di posti da scegliere, ti siedi da solo, sbrachi un gomito sul sedile accanto e depositi il tuo zaino da quattro chili su quello di fronte, tutto per dissuadere avvicinamenti molesti e quindi cerchi di rilassarti iniettandoti una sana dose di alienazione dalla società capitalistica avanzata.
In quel momento, Scilla ti chiede se i posti sono occupati. Scilla è a un passo dall’obesità clinica e a un centimetro dal metro e novantacinque. Inoltre, è un fumatore a pacchetti. Queste sue qualità da sole gli varrebbero una chiamata da parte di Condoleeza Rice per un posto da torturatore a Guantanamo. Prendi un terrorista musulmano pendolare, rinchiudilo in una stanza uno per due insieme a centoventi chili di tessuti pregni di nicotina e dopo Labico avrai su Google Maps il nascondiglio di Bin Laden.
Ma tu non hai ancora parlato quando Cariddi nota Scilla e inevitabilmente, mitologicamente, si siede di fronte a lui e, quel che è peggio, vicino a te. Immagina Magdi Allam e Tiberio Murgia in una sola mostruosa creatura affetta da logorrea ossessivo-compulsiva, alla maniacale ricerca di una vittima sacrificale per i suoi interminabili sproloqui sul dicibile e l’indicibile. Immagina di aver dimenticato l’iPod a casa. Immagina che in quel momento anche una playlist di brani dal vivo di Peter Cincotti ti andrebbe bene, pur di tenere le orecchie lontane da Cariddi. Immagina le tue gambe in massima e tesa, tesissima raccolta per sottrarle all’ingombro corpulento di Scilla. Immagina di non avere spazio vitale. Due alternative, nessuna scelta. Da una parte, il degrado in doppio petto. Dall’altro, la disperazione button-down. Un incubo di cinquantasette minuti, al netto dei ritardi. O di cinque anni, se assumi un minimo di prospettiva.

Origine della specie

Anche se i teo con annoverano tra le loro fila il presidente degli Stati Uniti e, come dire, iniziano ad avere una certa influenza nel mondo, non potranno mai convincerti che esiste un Disegno Intelligente – almeno non prima di aver cambiato leader, insomma. Il caso e il suo anagramma caos regolano invece allegramente, dal loro punto di vista, la tua vita, spingendoti verso direzioni ignote e dagli sbocchi imprevedibili. Prendi il microcosmo pendolare. Dopo aver aspirato negli anni della sua adolescenza a una maturità dotata di volante a quattro razze regolabile in altezza, autoradio con lettore CD, fendinebbia, cerchi in lega, accelerazione da 0 a 100 in 12 secondi (comunque meglio non esagerare), dopo essersi esercitato a guidare sul GRA senza farsi passare a destra, dopo aver imparato a divincolarsi nel traffico urbano del lunedì mattina all’ora di punta, l’uomo si ritrova passeggero di un baule su rotaie senza che gli sia concessa la minima illusione di essere padrone del suo viaggio. È solare che un tale mutamento di prospettiva, che è insieme ambientale e simbolico, ti mette di fronte a una nuova sfida per la sopravvivenza della tua salute fisica e mentale. Se pensi, quando le scimmie arboricole videro le foreste desertificarsi sotto i loro alluci prensili, si appuntarono mentalmente il riflesso di Moro, scesero dai rami e si avventurarono nella savana inventando tecniche, strumenti e stratagemmi per vivere e diventare uomini. Oggi, l’uomo che viaggia quotidianamente sul treno, puoi vederlo, in tempo reale, trasformarsi gradualmente secondo un percorso che segue quattro principali linee evolutive e solo il tempo e i fossili potranno dirti quale specie avrà resistito all’arbitraria selezione darwiniana.

  1. Il Pendolare Erectus. Le tracce del Pendolare Erectus le trovi tra Colleferro e Ciampino, ma non è raro rinvenirle anche nella zona di Frosinone, soprattutto nei primissimi giorni della settimana. Abbandonata la posizione tipica del Pendolare – sedere dove deve stare, cioè sul sedile, braccia rilasciate sui braccioli, gambe larghe a occupare lo spazio vitale altrui – Erectus è costretto a migrare da un vagone all’altro, avanti e indietro, zigzagando tra piedi, enormi Invicta Monviso IV, rigidissime Samsonite da aereo, per poi fermarsi esausto nel corridoio di passaggio, stretto stretto ai suoi consimili e impossibilitato nei movimenti i più elementari, quali la lettura di un tascabile o il recupero del cellulare nella giacca, lasciata a una distanza di venti teste erecte. L’invidia rabbiosa che Erectus riserva ai seduti è compensata dalla sua consapevolezza che la stazione su due piedi gli consente uno sviluppo del cervello sconosciuto al pendolare poltrone. Resta però da capire cosa farsene di un’intelligenza superiore con una schiena spezzata.
  2. Il Pendolare Las Vegas. Mani grandi come quelle di un ominoide, sempre in un gruppo di quattro, al minimo tre col morto, il Pendolare Las Vegas ha deciso di ingannare l’ambiente ostile bluffando e organizzando bische clandestine. Lo sviluppo del cervello, paragonabile a quello di Erectus, gli permette di utilizzare carte francesi e partecipare a complessissime varianti della scala quaranta, al cui confronto lo scopone scientifico è un gioco per scimmie da circo, per non parlare dell’obsoleta briscola. Inoltre, grazie alla sua ingegneristica abilità, Las Vegas è in grado di trasformare in resistente e stabile tavolo da gioco anche il borsello più floscio. Paradossalmente ma non troppo, il rischio è che Las Vegas finisca per essere estinto dai debiti.
  3. Il Pendolare Protestante. Lutero c’entra poco, il Pendolare Protestante è il capopopolo dei movimenti spontanei di contestazione e il suo indice di religiosità è inversamente proporzionale al numero di bestemmie pronunciate per un ritardo di anche soli cinque minuti. L’autorità se la conquista sul campo, di solito dopo una battaglia con la pennacchiana figura del capotreno, inseguito ferocemente attraverso tutte le carrozze e sbranato con ogni genere di improperio e imputazione di colpa. Condottiero naturale e solitario se ce n’è uno, il Protestante è pure informatissimo e nei momenti di riposo, circondato silenziosamente dai suoi estemporanei accoliti, lo ascolti parlare di tratte, materiali, pilotine, motrici, coincidenze con dovizie di particolari e competenza di ragionamento, tanto che a volte non ti chiedi se sia un infiltrato. Attualmente, però, forse per una comprensibile rassegnazione cosmica, forse per l’irrompere di organizzatissime orde di consumatori associati, Protestante sembra aver imboccato la curva discendente della sua evoluzione.
  4. Il Pendolare Digitale. Rappresentante istantaneo e integrato dell’età della tecnica, il Pendolare Digitale ha esosomatizzato il suo destino e non riesce a salire su un treno senza la protesi del suo computer portatile. Curiosamente, pur vivendo, almeno a suo dire, un’esistenza perennemente connessa e condivisa, Digitale vive isolato dal resto del gruppo, aiutato in questo dalle sue inseparabili cuffiette. Quando lo vedi intento a godersi un film dentro uno schermo quindici pollici, non puoi fare a meno di pensare che il cinema era anticamente un rito collettivo o, nel caso peggiore della televisione, familiare, mentre adesso la sala consiste in un vagone di esclusi che avrebbero diritto quanto meno all’audio. In ogni caso, Digitale parla una lingua composta di acronimi misteriosi e termini alieni quali RAM, OS, MP3, EXE, bit, download, post, blog, che non favoriscono la comunicazione esterna e il cui significato più profondo sfugge a Digitale stesso, ancora incapace di raggiungere un aggiornamento stabile della sua versione evolutiva. La stessa venerazione religiosa riservata al proprio sistema operativo e lo stesso terrore sacro provato per l’esaurimento della batteria stanno del resto a dimostrare una preoccupante immaturità infantile di Digitale che pone seri dubbi sul futuro della sua specie.

A proposito dell’autore

Ipertesti è a cura di Paolo Sordi. Laureato in legge alla Sapienza si è pentito e ha scontato un anno in un corso di perfezionamento in informatica giuridica, prima di specializzarsi presso la Scuola di Specializzazione in comunicazione multimediale dell'Università di Tor Vergata. Per saperne di più

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