Ipertesti di Paolo Sordi

Tennis, tv, pendolarismo, web 2.0
(e altre cose divertenti che non farò mai più)

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Articoli con tag: canzoni

L’iPod, alla fine

Nonostante tu sia un fedele e invasato appartenente alla setta della Mela Morsicata da quando, tredici anni fa, decidesti di avere un computer, non hai mai comprato un iPod. E questo nonostante tu possa essere tentato di acquistare da Steve Jobs anche un corso di mimo radiofonico.
L’immagine di te stesso a spasso con un paio di cuffiette nelle orecchie e fili penzolanti davanti al petto ti dà in realtà la lontana idea di un deficiente.

E un puntuale deficiente ti senti quando esci dall’ufficio, con l’iPod per la prima volta in tasca e le tue bianche cuffiette nelle orecchie di cui sopra. L’iPod, regalo di un’insospettabile, è il Nano di ultima generazione, un bianco e argentato capolavoro di interfaccia ed eleganza minimalista, sebbene il modello Touch lo faccia già apparire come un oggetto destinato a rientrare nel giro di un anno nella nostalgica categoria del modernariato.
Ma tu non ti vedi né di ultima generazione né elegante: imbranato, piuttosto, con quei cavi che ti ballano sulla giacca, si incastrano nella sciarpa e tutti che ti osservano mentre, rigido, molto rigido, cerchi di provare l’angolazione raggiungibile dai movimenti del collo senza provocare il penoso distacco di uno dei due auricolari (nessuno ti caga, ma in quel momento, provando tu tangibili sensazioni di autodeficienza, sei paranoicamente convinto che lo facciano, anche con molta più attenzione del solito).

Eppure, mentre continui a camminare con quella imbarazzante protesi acustica, nel momento in cui cominci a prestare il tuo ascolto alla musica, canzoni senza titolo dall’Islanda, tutti scompaiono. Anzi: qualcuno che somiglia a te esce dal tuo corpo e tu ti trasformi nello spettatore del film di te stesso. Venerdì sera, novembre, Roma, foglie, pioggia, Via Ravenna, la metropolitana, il ritorno a casa, Termini, tu con l’iPod: quelle immagini e quei luoghi hanno senso solo per comporre la colonna sonora di quei venti minuti della tua vita.

Musica, maestri

Lontani i tempi dell’a tutto volume, del Technics, del vinile e oramai anche del cd, la tua esperienza attuale della musica si smaterializza in un treno, un computer bianco e due cuffiettine arancioni a bassissima fedeltà. Quanto basta a salvarti la vita, però, almeno per un’ora. La presente, inevitabile compilation copre un ritardo del vostro treno fino a un massimo di venti minuti. Per ritardi superiori, si prevede un servizio sostituivo, fornito dal suono, rigorosamente dal vivo, delle imprecazioni dei vostri colleghi di viaggio.

  1. Lovely Day, Bill Withers. Sette e un quarto di mattina. Cinque gradi sopra lo zero. Cielo limpido. Profumo pieno di campagna. Come può non essere, questo, un giorno amabile? Semplice: ricevi alle sette e venti un sms2go da Trenitalia. Che già il nome ti fa incazzare, neanche l’avesse scritto Prince. E poi “go” cosa, se con quel messaggino da adolescente in calore mi dici che mi tocca aspettare per andare?
  2. Like A Rolling Stone, Bob Dylan. Scelta banale ma inevitabile. Perché magari qualcuno più bravo di te il senso l’ha trovato, ma nel momento esatto in cui si trova tra Zagarolo e Labico, è chiaro che la tua esistenza ha “no direction at all”. Se possibile, ascoltare anche la versione di Jimi Hendrix al Festival di Monterey, in cui potrete ritrovare lo stridore acido dei freni del regionale nelle distorsioni della Fender.
  3. Everytime You Go Away, Daryl Hall & John Oates. (Evitare la versione zuccherata di Paul Young) Tutto quello che lasci quando parti. Una moglie. Un figlio. Un altro figlio. Una colazione. Due racchette da tennis. Un pranzo. Un paio di jeans. Un paio di scarpe da calcetto. Una casa.
  4. Strange Relationship, Prince. Non puoi vivere pendolando, non puoi vivere senza pendolare. Rischi di andare pazzo, se continui così. Oppure, peggio, di iscriverti all’NPG Music Club.
  5. Lullaby, The Cure. Quando sei sopraffatto dalla stanchezza, quando le palpebre cadono sotto il peso di una gravità insostenibile: dormi. Ma senza adagiare il tuo capo sul poggiatesta, mi raccomando. A questo proposito, da prendere in considerazione e proporre a Trenitalia un remake del video in cui Robert Smith viene divorato da un ragno, con qualcuna delle zecche degli interregionali nella parte dell’aracnide.
  6. Distant Lover, Marvin Gaye. Il problema non sono tanto i novanta chilometri, che comunque, tra andata e ritorno, diventano centottanta. Il problema sono due vite che sono unite e per dodici ore al giorno, invece, scorrono parallele senza incontrarsi mai. La voce di Marvin vi riavvicina e vi avvolge in un lenzuolo di seta. Però attenzione a non esagerare con l’autosuggestione, il treno è un luogo pubblico, dopotutto.
  7. Bufalo Bill, Francesco De Gregori. Il motivo per cui questa canzone è in lista salta agli occhi. La locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere. E questo ha deciso l’avvenire dei tuoi baffi e il tuo mestiere.
  8. Anna e Marco, Lucio Dalla. Perché ogni tanto devi commuoverti, tornare indietro, fino al tuo più intimo bianco e nero. E sognare, con tre salti, di essere fuori dal locale delle diciotto e venti.
  9. When Tomorrow Comes, Eurythmics. Finalmente, il sabato arriverà e sarà annunciato da Annie Lennox.
  10. Down In The Seine, The Style Council. Avete presente Paul Weller sulla copertina di Café Bleu? Bene, ecco dove vorresti essere, adesso. Non Sgurgola. Non Morolo. Ma Parigi. Rue de Beaumarchais. O Canal Saint Martin. Fate voi.
  11. New York, New York, Ryan Adams. Vedi sopra. Anche se l’America è dall’altra parte della luna.
  12. ‘Round Midnight, The Miles Davis Quintet. Fermo a Colonna, per una ragione misteriosa, forse un treno rotto davanti, forse un treno rotto dietro. Forse il tuo treno, rotto. Nessuno in grado di dirti quando tornerai a casa. Allora, lascia suonare la tromba di Miles Davis: non penserai più a nulla, dimenticherai ritardi, disservizi, incompetenze, sporcizia, ignoranza, tutto. Sei in un’altra dimensione, per cinque minuti e cinquantasei secondi.
  13. There Will Be A Light, Ben Harper & The Blind Boys Of Alabama. Preghiera dai comprovati effetti taumaturgici, valida anche per gli atei. Da intonare all’ingresso della galleria di Valmontone.
  14. Wise Up, Aimee Mann. Un giorno, il treno si fermerà dalle parti di Ferentino e sottovoce, proprio nell’istante esatto in cui il treno si fermerà, tutti i passeggeri inizieranno a cantare: “It’s not… what you thought… when you first… began it. You got… what you want… now you can hardly stand it, though, by now you know, it’s not going to stop… it’s not going to stop… it’s not going to stop, till you wise up”. Poi, pioveranno rane.

Verso l’iceberg

Il lunedì mattina, di solito, ti dividi tra due stati d’animo alternativi come lo sconforto e la rassegnazione. Quando scendi dall’interregionale ventiquattronovantasei, in ritardo di quei quaranta minuti, e ti avvii, zaino sulle spalle, verso Piazza dei Cinquecento, un po’ di sana e argomentata sfiducia nella civiltà occidentale inizia a farsi largo dentro di te. Ma non sei ancora salito sul novanta. Soprattutto, il musicista di strada non è ancora salito sul novanta. Nel momento in cui le porte si chiudono e dal carrellino della spesa riciclato in stereo ambulante parte la base preregistrata e poi live la chitarra, capisci perché dovresti possedere un iPod e magari una coppia di quelle meravigliose cuffiette isolanti da centocinquanta euro che vendono sul sito della Apple. My Way, perché è My Way che l’uomo con la chitarra suona, ti apre un baratro di malinconia incolmabile, puoi vedere le tracce delle lacrime sulle guance di tutti i passeggeri, sopraffatti da un senso di alienazione metropolitana sintetizzabile nelle due domande: cosa cazzo ci faccio io, qui, e qual è il senso? Ma non è tanto questa o quella canzone (anche se My Way, di per sé, stenderebbe anche il Giorgio Rocca di questi tempi), o il lunedì, o il Truman Show quotidiano, è che nelle corde di quello strumento anche I Got The Feelin’ si trasformerebbe in un inno alla depressione. Se avete mai ascoltato, in qualche fiera di paese, una versione di Imagine al flauto andino, capirete quello di cui sto parlando. Essendo un uomo fortunato, il tuo viaggio ai confini del dolore del mondo finisce prima dell’interpretazione della colonna sonora di Titanic. L’iceberg, almeno quello, può aspettare.

A proposito dell’autore

Ipertesti è a cura di Paolo Sordi. Laureato in legge alla Sapienza si è pentito e ha scontato un anno in un corso di perfezionamento in informatica giuridica, prima di specializzarsi presso la Scuola di Specializzazione in comunicazione multimediale dell'Università di Tor Vergata. Per saperne di più

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