Andare avanti, fissare la riproduzione del filmato all’ottantanovesimo secondo e fare clic su play. Osservare la faccia incredula e rassegnata di Riton, al secolo Henri Leconte, uno dei più grandi talenti naturali della storia del tennis. È in ginocchio e vuole uccidere il suo avversario, mentre il pubblico lo applaude. Mentre il pubblico lo applaude, lui vuole sparargli alle spalle perché gli ha appena fatto una cosa che non dovrebbe appartenere al mondo degli uomini, seppure uomini illuminati dal genio superiore del talento. Lui non crede a quello che ha visto e vuole eliminare l’autore dell’allucinazione.
Ora riavvolgere il nastro virtuale e tornare indietro all’ottantesimo secondo. Posizionarsi con i piedi paralleli alla linea immaginaria del monitor. Pensare al livello di consapevolezza interiore raggiunto da Neo/Keanu Reeves nel finale di Matrix e seguire con religiosa attenzione l’atto della creazione di arte in movimento.
Se cercavo un’ulteriore conferma della noiosità del tennis, eccola. Se questa è arte in movimento (e credo si intenda “la massima espressione” dell’attività tennistica), non oso pensare a quanto possa essere banale una partita normale…una cosa collaterale, da ignorante dello sport (?): i campi attuali sembrano kilometrici mentre qui sembra che stiano giocando nel corridoio di un sottomarino, o mi sbaglio?
Questa volta (segnala sul calendario Sam) non posso che dargli ragione e devo farlo pensando al suono pieno della palla e alla vibrazione che ti arriva al collo portandosi dietro una buona scorta di adrenalina. Certo, bisogna essere molto individualisti (il doppio non è mai “arte”), in ragionevole misura folli e abbastanza cattivi per trarne la giusta soddisfazione.